
L’analisi di un fenomeno che non risparmia la morbida
atmosfera di provincia: il bullismo
di Anna Pantera
LUGO - Bullismo a scuola: una contraddizione che sempre più spesso la cronaca porta alla ribalta. Così, per testare quanto il fenomeno sia presente negli istituti lughesi, l’Avis locale, con la collaborazione di C.f.p. Villa San Martino, I.t.c., Ipsia, Itis, Liceo, Sacro Cuore e I.p.c. Stoppa, ha proposto un questionario anonimo ai ragazzi delle quinte e delle seconde classi.
“Le risposte date dagli studenti aprono vari spunti alla riflessione sul tema dei ragazzi “bulli”, dalla definizione del termine, fino all’ambito in cui avvengono comportamenti prepotenti: scuola e mezzi pubblici nella maggior parte dei casi” spiega Cristiana Santinelli, psicologa responsabile del progetto per l’adolescenza Adonetwork e collaboratrice del centro per le famiglie dell’Unione dei Comuni.
Dai risultati emerge che il fenomeno è presente e ha riguardato il 57% dei ragazzi con una maggioranza di casi nella fascia di età che va dai 14 ai 16 anni, corrispondenti alla prima e seconda classe. Parecchi giovani, poi, si dichiarano spettatori di episodi di bullismo, mentre solo una piccola percentuale ammette di esserne vittima: 6% al liceo, 10-11% negli istituti tecnici professionali.
È significativo il ripetersi di definizioni di bullismo come di un modo di scherzare” qualora se ne parli in generale e che diventa “sopruso” solo quando riferito ad episodi subìti direttamente. “Un’accezione che cambia a seconda della prospettiva, passiva o attiva, dalla quale guardano al fenomeno – spiega Sandra Brigantini, insegnante e referente Avis per le scuole -. Questo perché per i ragazzi il gruppo e le sue dinamiche hanno un ruolo molto importante. Così, per farsi sentire accettati, spesso non conviene esporsi troppo ingigantendo il problema agli occhi degli altri”. Altro dato importante è il fatto che il fenomeno riguardi anche le femmine, che mettono però in atto comportamenti di bullismo di tipo verbale per isolare e denigrare la vittima col pettegolezzo.
IL TIMORE DI RESTARE FUORI DAL BRANCO
La difficoltà di richiesta di aiuto sembra essere il problema maggiore incontrato dai ragazzi: solo uno su cinque ricorrerebbe agli adulti per avere sostegno. Una risposta che si spiega ancora con la paura dell’isolamento dal gruppo, per arrivare al punto in cui, quando ci si rivolge ai genitori, la situazione è già molto problematica.
D’altro canto è troppo semplicistico distinguere tra vittima e carnefice quando, anche il bullo stesso, necessita di aiuto e sostegno perché, molto spesso, ha alle spalle situazioni di disagio o non è in grado di gestire le emozioni in maniera consapevole. “Mi è capitato di fare riflettere un ragazzo, che aveva preso in giro un altro studente, sulle conseguenze del suo comportamento. Ma lui non aveva idea di aver provocato una situazione tanto problematica. Proprio questa difficoltà di gestione delle emozioni e delle conseguenze dei propri gesti è alla base del problema per molti ragazzi oggi” testimonia Anna Maria Dalmonte, insegnate al Cfp di Villa San Martino .
“Spesso ho sentito parlare di bullismo come di “modo di scherzare” da parte dei miei studenti – spiega Serena Poggi, insegnante all’Ipsia di Lugo – in genere non sanno bene come trovare una soluzione alla questione innescando un circolo vizioso che porta spesso all’isolamento. Abbiamo lavorato più volte in classe su questo tema ma i ragazzi faticano comunque a trovare vie di uscita sia perché sottovalutano la questione quando riguarda altri sia perché non sanno a chi rivolgersi senza venire poi esclusi”. “Il confronto con insegnanti, genitori e ragazzi proseguirà - assicura Enrico Flisi, presidente dell’Avis in Bassa Romagna – allo scopo di trovare strategie e modi di collaborare per non lasciare i ragazzi soli davanti a questo tipo di situazioni”.