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Il Settimanale
5/3/2010 - 8 marzo: ci siamo ancora

L' Opinione

Ripartire da una democrazia duale

 

Di Franca Piombini*

L’8 marzo è per l’Udi sempre un momento di bilancio delle cose fatte ed un punto di partenza per nuove riflessioni e traguardi. Questo 8 marzo 2010 è particolarmente significativo perché giunge a conclusione di alcune campagne che ci hanno viste impegnate nel corso di questi ultimi anni e per il lancio di una nuova iniziativa contro l’uso dei tantissimi stereotipi che mortificano ed offendono le donne: la campagna 50E50 ha raccolto più di 100.000 firme a sostegno di una proposta di legge che prevede una paritaria rappresentanza di genere ovunque si decide; la Staffetta di donne che ha attraversato tutta l’Italia ha permesso di trasformare l’indignazione diffusa contro gli abusi e le violenze sulle donne in un evento sessuato, in cui il genere femminile ha assunto titolarità e responsabilità contro ogni forma di ipocrisia e strumentalizzazione messa in atto dai  falsi paladini delle donne;  ora parte  la campagna “ Immagini amiche” – città libere dalla pubblicità offensiva della dignità delle donne, con lo slogan dell’8 marzo “Se ci offendi non vale”. Uno slogan che ribaltando il senso di una canzone in voga negli anni ‘70, sta a significare che noi donne non possiamo essere impunemente rappresentate come corpi da sfruttare e “consumare”, talvolta in modo così violento da suggerire aberranti forme di abuso. Abbiamo perciò  interpellato  i Comuni, la Provincia, le  Amministrazioni pubbliche del nostro territorio affinché con atti politici chiari dichiarino le nostre città libere dalla pubblicità lesiva della dignità femminile. Quanto sta accadendo nel nostro paese, in forme più o meno subdole o esplicitamente violente, è un  vero attacco ai principi del movimento delle donne: l’autonomia, l’autodeterminazione, l’identità, la differenza, su cui abbiamo costruito il significato della libertà femminile, sono davvero messi in discussione quotidianamente da comportamenti, linguaggi, immagini tesi a rappresentare le donne come semplici “accessori”; questo fa nascere in molte smarrimento e qualche volta senso di impotenza. Si può e si deve reagire; possiamo farlo, ricostruendo, attraverso la politica, nuove relazioni fra noi donne, in cui ognuna, partendo dal proprio percorso e dalla propria storia contribuisca a definire un nuovo scenario collettivo e un  nuovo sfondo in cui riconoscersi. Per noi, l’unico orizzonte possibile che può permetterci di immaginare e costruire di nuovo il mondo e la politica è la democrazia duale. Tenere fuori le donne dalle decisioni che ci riguardano tutti in quanto umani ha pesato e pesa su questa nostra modernità così misera e incide in maniera devastante. Come sarebbe il mondo se la differenza e il corpo fertile delle donne fossero a fondamento della democrazia? Come sarebbe la nostra vita in questo paese se una donna potesse fare un figlio quando lo decide e questa decisione fosse accolta e sostenuta mentre studia, lavora, fa  politica o altro? Come sarebbe la vita di tante donne, se si cominciasse veramente a cercare di capire cosa è la precarietà, cosa è il lavoro e come si sta nel lavoro per tante donne?

* UDI RAVENNA