
Storie di donne a confronto con una società che cambia, ma che lascia ancora troppe discriminazioni
Di Federica Ferruzzi, Silvia Manzani, Elena Nencini
Sono l’altra metà del cielo ma molto spesso la loro professionalità non viene riconosciuta. Donne ai vertici di una filiale bancaria o alla guida di un camion stupiscono ancora. Ci si ferma all’apparenza, ai luoghi comuni, ma la realtà è cambiata e, anche se il nostro Paese sconta un retaggio culturale non favorevole, si va affermando una nuova coscienza sociale che vede le donne sempre più protagoniste. L’8 marzo si carica quindi di nuovi significati, non più la retorica della “festa”, non solo la “giornata di lotta”, ma l’occasione per confrontarsi e discutere su una condizione che ha visto crescere una coscienza diversa e ha cambiato a volte radicalmente le consuetudini, ma che presenta ancora molti punti oscuri e che non deve lasciare nulla per scontato. Le storie di donne che raccontiamo in queste pagine ne sono una testimonianza.
LE DONNE DELLA CALLEGARI & GHIGI
La Callegari & Ghigi, storica industria ravennate, è stata tra le prime ad assumere donne. Nei suoi reparti ha lavorato anche Natalina Vacchi, coraggiosa partigiana passata alle cronache con il nome di “operaia comunista della Callegari”. Dopo la tragica esecuzione gli operai le dedicarono una scultura a mezzo busto che venne appesa al muro del reparto gommatura nel viale d’ingresso della fabbrica e che oggi è conservata all’Istituto storico della resistenza.
SOPRAVISSUTA A TRE FALLIMENTI
Adriana Samorini, classe 1923, ha passato 40 anni della sua vita tra le gomme e i tessuti della fabbrica di Ravenna, superando di volta in volta i tre fallimenti registrati dalla Ghigi. “Avevo vent’anni quando sono entrata - racconta con una voce ancora squillante - e sono stata in tutti i reparti, da quello in cui si confezionavano scarpe a quello specializzato in canotti”. Sotto le sue direttive sono state molte le ragazze che si sono avvicinate a questo lavoro. “Ero diventata una specializzata e tutte le nuove venivano mandate da me”. Un “lavoraccio”, portato avanti fino al sesto mese di gravidanza per ognuno dei tre figli, avuti dal marito anch’esso impiegato alla Callegari. “Io mi devo ritenere fortunata, sono una della poche che ha sempre lavorato nonostante i periodi di difficoltà. Però c’è da dire che le condizioni non erano ottimali: a causa delle colle e dei materiali utilizzati molte donne sono rimaste intossicate e parecchie purtroppo non ci sono più”.
DALLA CAMPAGNA ALLA FABBRICA
Giacoma Zama entrò per la prima volta al Callegari nel ’56, all’età di 23 anni. “Per una come me, che veniva dall’aperta campagna, l’impatto è stato tremendo. Mi ci è voluto un po’, poi però mi sono trovata molto bene, il lavoro mi piaceva”. Una fatica quotidiana portata avanti insieme al marito, compagno di lavoro oltre che di vita come nel caso di Adriana. “Insieme a me c’erano molte altre donne e tante, come si verificava nel reparto in cui si confezionavano tende da campeggio, erano anche cape reparto”. Se gli uomini erano addetti alla tintura dei capi, l’altra metà del cielo era invece incaricata di prepararli e ultimarli prima della spedizione. Nonostante l’ambiente fosse vivibile, il pranzo si doveva però consumare in fretta, tra una manovra e l’altra. “Potevamo fermarci, ma se la macchina finiva la tela ci si doveva alzare, e anche di corsa per non perder tutto il lavoro”.
UNA PASSIONE PER IL CAMION
Se, sessant’anni fa, le donne che lavoravano nella prima fabbrica di Ravenna erano le prime, insieme alle braccianti, ad andare in bicicletta, oggi ci si stupisce ancora quando si sente dire che una donna fa la camionista. “Non vengo da una famiglia di autotrasportatori ma avevo un ragazzo che faceva il camionista e per cui oggi lavoro. Mi sono detta ‘se lo fa lui posso farlo anche io’”. Romina ha quarant’anni e dopo essere passata da una fabbrica di scarpe e da un’impresa di pulizie si è resa conto che la sua unica passione è quella per i camion, che oggi guida per tutto il Nord Italia. “Nel ’97 ho preso le patenti C ed E, rispettivamente per la motrice ed il rimorchio. Da allora sono sempre stata in giro, anche se riesco a rientrare in giornata perchè non sopporto di dormire nel camion”. La mattina, anche molto presto, Romina fa il pieno di argille, ghiaia, o sabbia, a seconda delle direttive, e parte alla volta di Lombardia, Piemonte, Veneto e Friuli. E quando un collega la incontra, lei lo mette subito a suo agio. “Chi non mi conosce si stupisce ancora, mentre i camionisti che sanno chi sono mi trattano come una di loro. Alcuni mi chiedono addirittura consigli”. E se molti dei colleghi maschi i calendari li hanno appesi nell’abitacolo, Romina sul calendario c’è finita insieme alle colleghe. “In Italia siamo in tante a fare questo lavoro, e abbiamo fondato un club con tanto di sito Internet per rimanere sempre in contatto. Abbiamo anche realizzato un calendario il cui ricavato viene devoluto in beneficenza”.
ALLA GUIDA DI UN BUS
Se siete abituati a viaggiare in autobus vi sarete accorti che di donne, alla guida, ce ne sono davvero poche. Una di loro è Gina Fellini, 46 anni, da 14 al volante. Se ora lavora per Zaganelli di Lugo e ogni giorno percorre il tragitto che da Ravenna arriva a Coccolia (passando per i paesini della campagna), in passato la sua vita lavorativa non è sempre stata così rosea e stabile: “Ho fatto una gavetta incredibile, subendo anche parecchie discriminazioni”. Gli sguardi storti di alcuni colleghi, le perplessità dei passeggeri, i complimenti pesanti e oltre le righe. Gina si ricorderà sempre che, una delle prime volte in cui guidava un bus, aprì il portellone per far salire un uomo che, in dialetto, le chiese: “Ma arriveremo?”. Oggi le cose vanno meglio anche se gli occhi maschili puntati addosso li sente ancora molto spesso: “Se non facessi questo lavoro non mi guarderebbero nemmeno. Invece sono lì, seduta in alto e a volte divento un sex symbol”. Ma Gina al suo lavoro non rinuncerebbe mai: “Mi piace avere la padronanza della situazione, riuscire a fare un mestiere che pensano di poter fare solo gli uomini, riuscire insomma a impersonare un mito maschile”. Gina incominciò per caso, su consiglio di un amico che le diceva di prendere la patente per avere una chance di trovare un lavoro fisso e uno stipendio stabile: “La ditta Gamberini, allora condotta da una donna, mi mise alla prova”. E da allora, Gina, dai bus non è più scesa.
CARRIERA PER MERITO
E guida a modo suo anche Claudia Boschi, 33 anni, direttrice della filiale Unicredit di circonvallazione alla Rotonda. Una “mamma coraggio”, come la chiamano i colleghi. Perché nonostante l’ottima situazione economica familiare, ha deciso di interrompere il congedo di maternità e rientrare a tempo pieno con un bimbo di sei mesi e mezzo. E non tornerebbe mai indietro: “Per sentirmi realizzata ho bisogno di lavorare. Il mio compagno mi ha detto fin da subito che preferisce avere accanto una lavoratrice felice, piuttosto che una casalinga depressa”. Claudia non nasconde le difficoltà del conciliare la famiglia con il lavoro, anche perché il suo è un ruolo impegnativo e di responsabilità, ma al lavoro, fin da giovanissima, ha sempre dato tanto. E fermarsi non fa per lei: “Sono in banca da quando avevo 18 anni. Ho sempre puntato a raggiungere una buona posizione. In futuro spero di poter dirigere una filiale sempre più grande”. Un esempio, quello di Claudia, che zittisce chi è abituato a pensare che giovane e affermata faccia per forza rima con raccomandata. “Siccome sono donna e sono giovane, molti pensano che abbia fatto carriera per motivi non legati al merito. Ma chi mi conosce sa che non è così”. Soprattutto i colleghi stretti, con cui la direttrice racconta di relazionarsi sempre in maniera “paritaria”. Senza perdere di vista il sogno che ha coltivato fin da bambina: “Quando ero piccola mia madre lavorava come donna delle pulizie. Spesso mi portava con lei nella filiale dell’ex Rolo Banca in via Cassino. Io mi sedevo alla scrivania e giocavo con la calcolatrice, sperando un giorno di fare questo lavoro”.
LIVIANA, TAXISTA PER CASO
A Ravenna è l’unica taxista donna. E ai commenti della gente, dopo quattro anni, si è abituata. Liviana Calandrini, anzi, ci ride su: “Mentre le signore in genere sono soddisfatte perché mi ritengono più prudente di un uomo, i signori, soprattutto se anziani, rimangono stupiti e si preoccupano. Qualcuno mi chiede persino se ho la patente”. Non mancano le avances, che però, fino ad oggi, non sono mai state pesanti. Liviana, il suo lavoro, alle donne lo consiglierebbe eccome, basta che non abbiano figli: “Gli orari non sono mai fissi, capita di tornare a casa alle tre di notte o di doversi alzare alle quattro di mattina”. Un prezzo compensato dalla libertà e dall’autonomia. Ma anche dalla “creatività” di questo mestiere: “Se da un lato è un lavoro noioso e ripetitivo, dall’altro ci si relaziona con persone sempre diverse”. Persone che, una volta a bordo, fanno le richieste più svariate e raccontano di tutto”. Liviana non ha pensato nemmeno per un attimo di lasciare il suo taxi familiare: “Mi posso gestire la vita come credo, è una grande fortuna”. Tutto iniziò per caso: “Dovevo comprare casa e il lavoro che svolgevo prima non me lo permetteva. Mio padre stava per vendere la sua azienda di taxi. Ci ho pensato un attimo e mi sono detta che avrei potuto provare io, a fare il suo lavoro. In fondo mi piace guidare, viaggiare, incontrare le persone”.
DONNE DI MARE
Frida ha lo sguardo franco, un fisico asciutto ed un sorriso che si apre solo dopo che ne hai conquistato la fiducia: di mestiere fa la ‘pilotina’, cioè accompagna alle navi che devono entrare nel porto di Ravenna i piloti. “In mare lavori solo per passione” sottolinea, ma è arrivata a questo lavoro per caso: “Facevo attività subacquea per le ditte che lavorano sulle piattaforme, poi ho preso diversi brevetti e quando ho cercato un lavoro più stabile, 11 anni fa, mi hanno offerto questo”. L’atmosfera che si respira nella torretta dei Piloti di Marina di Ravenna è familiare, insieme a lei lavorano altri quattro colleghi, ma nessun attrito, continua Frida, “se ci sono situazioni difficili sul lavoro riguardano tutti e cinque”.
Nella torretta del Corpo Piloti del Porto lavorano anche due ragazze giovani, entrambe di nome Daniela, una delle due ha 27 anni anche se ne dimostra di meno: “Sta alla consolle - spiega uno dei piloti - aiuta a coordinare, risponde alle telefonate”. Ed un altro interviene: “E’ la nostra figlioccia”.
Ma non sempre l’ambiente è stato così cordiale, anche se Frida ribadisce: “E’ più un problema loro che mio, io ho sempre lavorato con gli uomini e non ho mai avuto difficoltà”. Anche se ricorda ancora con un certo tremore quando rimase incinta: “Quando mi avevano assunta mi dissero con una battuta salace ‘Ah, sei donna, allora rimarrai incinta’. Io naturalmente negai, un anno dopo quando invece mi accorsi di aspettare un bambino tremavo. Invece andò tutto liscio, mio figlio per fortuna era un torello e non ho avuto bisogno di permessi particolari. Ma i miei colleghi sono stati sempre disponibili”. A ricordare la vecchia guardia è Maria, 70 anni, impiegata, cuoca, mamma, anzi come la definisce Massimo, “è il 15° pilota. Lei ci ha cresciuto, è la nostra memoria storica”. Maria ha cominciato a lavorare con i Piloti nel 1963: “Una volta tremavi, era un ambiente molto chiuso, ogni tanto mi davano delle lavate di capo che tornavo a casa a piangere”. Maria non ha voglia di stare a casa, si trova bene qui e tutti l’adorano, del resto se lei vede che i piloti hanno fretta gli sbuccia anche la mela per fargli fare prima. È figlia del suo tempo: ”Quando rimasi incinta mi licenziai, ma fu colpa mia, non ho voluto usufruire di nessun diritto, si cominciava appena a parlare di tutela per le donne. Però sono stata contenta quando mi ripresero a lavorare qui nel 1973”.