
Di Sauro Mattarelli
“Romagna provincia” è una battaglia politica, culturale ed etica che va ben oltre i confini di una sub regione. Comincia con la rivendicazione di una migliore autonomia locale, ma, soprattutto, è una precisa richiesta di razionalizzazione dei servizi attraverso la fusione di tre province: Forlì, Ravenna, Rimini.
Lotta allo spreco, esigenza di alleggerire il peso dei bilanci pubblici, efficienza, efficacia escono finalmente dal limbo delle “fumosità” del gergo “politichese” per concretizzarsi attraverso questa semplice proposta, adatta ai tempi e alle tecnologie disponibili; lontano dalle logiche “poltronaie” delle vecchie caste. Nello specifico dovrebbero essere soddisfatti coloro che sognavano una Romagna identificabile come un “unicum” territoriale e culturale senza ricadere nella tentazione, costosissima, di creare l’ennesima nuova, piccola (e perdente) regione, moltiplicatrice di “posti” e burocrazia.
Una vera rivoluzione, insomma, ma, pure, un laboratorio, un esempio di federalismo pratico teso non a dividere ma ad unire, semplificando. L’idea è stata lanciata in grande stile da Roberto Balzani, eletto recentemente sindaco di Forlì. Non è frutto dell’improvvisazione, ma di studi pluridecennali seri e rigorosissimi, condotti in primo luogo proprio dallo stesso Balzani: professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Bologna (sede di Ravenna) prestato alla politica per scelta civica e civile. Non può, dunque, essere elusa col solito muro di gomma, né con le tergiversazioni, o con i giudizi sommari e spocchiosi di “impraticabilità”.
Non v’è dubbio però che si tratti di un progetto dirompente, che taglia trasversalmente gli schieramenti. Come risponderà il Partito democratico (nelle cui file Balzani milita)? Resterà ancorato a vecchi schemi politici, o si porrà alla testa di un movimento capace di scandire le nuove dimensioni e le nuove geografie amministrative non in base alla fame di posti di famelici partiti, ma secondo le esigenze concrete in tema di trasporti, collegamenti, infrastrutture, spesa pubblica, valorizzazione del territorio, crescita economica, flussi turistici e così via? E che dirà il PDL berlusconiano, che in campagna elettorale aveva promesso l’abolizione delle province? Troverà almeno il coraggio di accettare questa prima concreta proposta di riduzione del numero? E la Lega? Resterà schierata con gli intransigenti fautori della Romagna Regione ispirati più da pregiudizio politico ideologico che da specifiche esigenze economiche e culturali? Ma come si giustificherebbe, poi, l’ennesima moltiplicazione della spesa pubblica sotto forma di lauti stipendi ad amministratori, presidenti, consiglieri? Si può dire che “Romagna city” nasce dal solco della tradizione cattaneana e mazziniana; ma oggi irrompe nella politica italiana ed europea con la forza di un movimento nuovo. Un processo con cui dovranno fare i conti le realtà politiche e territoriali, non solo italiane, che vogliono evitare le egoistiche tentazioni secessioniste, razziste tenendo viva la ricerca democratica di nuove dimensioni partecipative a misura d’uomo come risposta alle sfide “globali”.