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Il Settimanale
5/2/2010 - Ecco il made in Italy

Inchiesta

Da Mussolini alla Golden Lady

Negli anni Sessanta la fabbrica era un mito occupazionale Che ben presto si frantumò

Di Silvia Manzani

FAENZA - La storia dell’Omsa non è mai stata rosea, almeno per i lavoratori. E’ la storia di un mito produttivo, di un mito occupazionale, che nel tempo ha però mostrato tutti i suoi limiti e le sue fragilità. L’Omsa inizia la sua vita a Faenza nel 1940, ad inaugurarla è Benito Mussolini in persona: per la città manfreda significa la prima fabbrica moderna. La nobile famiglia forlivese degli Orsi Mangelli viene osannata dal regime fascista per il suo contributo alla lotta contro la disoccupazione.

LA SECONDA FABBRICA DOPO L’ANIC

Tra il 1950 e il 1958 la produzione fa passi da gigante e i lavoratori arrivano a quota 750. L’Omsa diventa così la seconda fabbrica in provincia di Ravenna. La prima è l’Anic. Ma la calza con cucitura non va più di moda, i telai per produrla non servono più e Mangelli, quando se ne libera, licenzia e dequalifica parecchi operai, che fino ad allora avevano percepito uno stipendio difficile da trovare altrove: tra le 80 e le 90mila lire al mese. La prima agitazione dei lavoratori risale al 1961 e dura 51 giorni. Ma chi ha bisogno di lavorare, soprattutto le giovani ragazze figlie di contadini e artigiani, si fanno lo stesso assumere. Nonostante le qualifiche più basse delle incombenze, nonostante gli eterni apprendistato e ritmi di lavoro allucinanti. Lo sfruttamento degli operai, che porta di nuovo a periodi di lotta e agitazione, consente a Mangelli, nel 1966, di raddoppiare la produzione rispetto a quattro anni prima. L’Omsa entra nel famoso Carosello televisivo, grazie alle gambe delle sorelle Kessler. Agli annali passa la lotta tra il 1968 e il 1969, che dura più di due mesi: i lavoratori chiedono l’aumento dei salari, ambienti più sani, maggiore libertà in fabbrica. Nel 1971 ci risiamo: duecento giorni di lotta. E qualche risultato arriva. L’accordo che viene raggiunto prevede il superamento dei cottimi, la predisposizione della mensa e il riconoscimento del Consiglio di Fabbrica.

NEL 1973 ARRIVA LA CASSA INTEGRAZIONE

Ma i problemi restano. L’invecchiamento della fabbrica è sotto gli occhi di tutti, le incomprensioni tra il padrone e gli operai non si risolvono. Nel 1973 tutti i mille dipendenti dell’Omsa vengono messi in cassa integrazione per tre giorni alla settimana. Gli operai cominciano ad organizzare delle veglie davanti alla fabbrica, in modo da coprire giorno e notte. E in questo modo riescono a coinvolgere i cittadini di Faenza e dintorni intorno alla loro causa. Si arriva persino all’occupazione della fabbrica quando più di 200 lavoratori vengono licenziati.

IL FALLIMENTO E LA GOLDEN LADY

Il 1977 è l’anno della fine: arrivano infatti il fallimento e la liquidazione dell’Omsa. A rilevare la fabbrica sono i fratelli Grassi di Castiglione delle Siviere (Mantova), proprietari della Golden Lady. L’Omsa riprende a vivere con il nome di Nuova Omsa. Un’operazione non senza contraccolpi: la forza lavoro scende dai 550 lavoratori del periodo prima del fallimento a 330.

E’ così che si sgonfia, forse per sempre, il cosiddetto “mito Omsa”. Un mito semplice da comprendere: l’Omsa era all’epoca la grande fabbrica che riusciva a dare lavoro a centinaia di operai, con uno stipendio (all’inizio) superiore alla media e che portava perciò i potenziali lavoratori a lasciare la scuola pur di essere assunti e i lavoratori a fare chilometri e chilometri di strada per raggiungere la fabbrica ogni giorno. Un mito che ben presto si è frantumato, scontrandosi con i pesantissimi ritmi di lavoro e i rapporti per niente rosei con la dirigenza. E che oggi è ancora più un vecchio ricordo. Morto e sepolto.