
“Quel marchio è nostro”, rivendicano le 350 operaie licenziate. Nasce una tavolo nazionale
con l’asse bipartisan Albonetti-Errani-Scajola. Quando il made in Italy è made in Serbia
Di Matteo Cavezzali, Riccardo Isola, Roberto Artioli e Silvia Manzani
FAENZA - La matematica non è una scienza esatta. Un’operaia all’Omsa di Faenza guadagna 900 euro. Un’operaia che lavora in un’identica industria dall’altra parte dell’Adriatico, in Serbia, guadagna 300 euro. Un risparmio netto di 600 euro a operaio, più tasse. Un conto semplice, quasi elementare secondo i manager della Golden Lady, proprietari dell’Omsa. Ma i conti non tornano. Non tornano alle 320 operaie e ai 30 operai della fabbrica che hanno dato la vita tra i macchinari dell’Omsa, non torna alle loro famiglie, ai loro figli che hanno rinunciato tante volte alle proprie madri perché tutti avevano bisogno di quei salari per campare. Non torna ai cittadini faentini che hanno puntato molto su quell’azienda. Non tornano agli italiani perché l’azienda si fregia del marchio made in Italy. Non tornano perché lo stabilimento è in attivo, va bene, produce e guadagna.
IL PICCHETTO
Sotto la neve, al freddo, giorno e notte davanti al cancello dell’Omsa c’è l’inestinguibile picchetto delle operaie. Appena è giunta la notizia che allo stabilimento erano arrivati i camion per iniziare a smantellare i macchinari, le operaie sono corse immediatamente a bloccarli iniziando il presidio di fronte ai cancelli. “Nei giorni successivi – racconta Patrizio Durante, un faentino sostenitore delle operaie in rivolta che ha creato il gruppo con oltre 4.000 sostenitori su Facebook e che ha convinto Striscia la Notizia ad intervenire - sono arrivati i pensionati che hanno portato alle donne legna da ardere, di cui avevano riempito la macchina, qualcuno ha portato dei fusti per accendere il fuoco e scaldarsi, altri con salsicce da cuocere sulla brace, una processione ancora ininterrotta”.
IL TAVOLO NAZIONALE
“È nato un tavolo nazionale per la crisi dell’Omsa – ha dichiarato l’onorevole Gabriele Albonetti –. E’ stato lo stesso ministro Scajola, con cui io e Bersani abbiamo parlato personalmente, ad autorizzarmi a rendere pubblico il suo interesse su questo tema”. Sono più di 300 i tavoli nazionali per la crisi aperti dal Governo, ma secondo Albonetti questo tavolo ha un peso diverso: “Qui si parla del valore del Made in Italy, l’importanza di un marchio nazionale. Deve essere chiaro alle aziende che vogliono effigiarsi di questo nome che, come ogni marchio di lustro, ha un prezzo da pagare. Questo prezzo è la manodopera specializzata italiana”. Anche il presidente della regione Emila-Romagna Vasco Errani è entrato nel tavolo e sosterà la causa accanto al ministro.
NUOVE SPERANZE
Ora si aprono nuove speranze per la vertenza Omsa. Questo è quello che pensano un po’ tutti dopo l’incontro del Cinema Sarti di venerdì 29 gennaio quando è nato ufficialmente il Comitato delle Istituzioni. Un nuovo soggetto incaricato di seguire l’evoluzione della vertenza, che al suo interno raggruppa il Comune di Faenza, la Provincia di Ravenna, la Regione Emilia-Romagna e vede il sostegno e la partecipazione di tutte le amministrazioni locali e dei parlamentari della provincia questo comitato, a detta degli stessi ideatori, è voluto allo scopo di difendere le ragioni portate dal mondo sindacale e dagli stessi lavoratori faentini nei confronti del sito produttivo e dell’occupazione dell’Omsa dalla possibile chiusura voluta dalla proprietà.
Nell’assemblea pubblica del Cinema Sarti, tutti gli intervenuti hanno voluto sottolineare il pensiero comune di essere “contrari alla decisione del gruppo Golden Lady di chiudere lo stabilimento faentino mandando a casa i 350 dipendenti composti per lo più da donne”.
L’incontro tra istituzioni era presieduto dall’assessore regionale Duccio Campagnoli. Per l’assessore “con questo primo momento di confronto istituzionale, oltre alla richiesta che rivolgiamo al ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola di una sua immediata attenzione, chiediamo anche l’intervento e l’interesse governativo per assicurare un Tavolo di confronto nazionale”. Ma non solo. Campagnoli, infatti, si spinge oltre rivolgendosi anche alla stessa proprietà di Castiglione delle Stiviere. “Per tutte le istituzioni – ha affermato – diventa importante che l’industria, che chiede giustamente riconoscimento e sostegno alle pubbliche istituzioni e ai consumatori, faccia sua anche la filosofia del radicamento in Italia, mettendo da parte la via miope delle delocalizzazioni semplicemente alla ricerca di minori costi del lavoro”.
I SINDACATI
Al di là delle battute, la situazione dello stabilimento di via Pana ha ottenuto un interesse sempre crescente a livello nazionale tanto è che al tavolo faentino erano seduti anche i rappresentanti nazionali di categoria della Cgil, della Cisl e della Uil. “Il caso dell’Omsa la crisi non c’entra niente. – sottolinea Giorgio Graziani, segretario regionale della Cisl -. Se Grassi è un padrone illuminato come si definisce lo dimostri e non si nasconda dietro l’alibi della crisi. L’Omsa va bene e deve rimanere aperta. Non ci sono alternative”. Per Sergio Spiller della Cisl “la situazione dell’Omsa è per noi paradigmatica di una logica imprenditoriale che dobbiamo contrastare con forza. Non possiamo accettare – ha affermato – che con la scusa della crisi un imprenditore faccia delle scelte di politica industriale così impattanti per un territorio e per 350 famiglie. Per questo, nel tavolo nazionale spingeremo affinché si venga a sedere anche la proprietà del gruppo Golden Lady, chiederemo conto del piano industriale facendo presente il grande valore occupazionale e simbolico rappresentato dall’Omsa e dalle sue 320 donne occupate”. E sul tema dell’importanza simbolica della vertenza si è soffermata anche l’analisi di Valeria Fedeli, rappresentante nazionale della Cgil: “Dobbiamo far capire a tutti gli interlocutori che ancora non la pensano così che se la proprietà decidesse di chiudere lo stabilimento dell’Omsa per dirottare tutto in Serbia, noi inizieremmo una campagna di informazione e comunicazione martellante sul palese indebolimento del marchio stesso della Golden Lady. Non possiamo permettere – ha concluso la Fedeli – che il made in Italy venga indebolito da scelte imprenditoriali che nulla hanno a che vedere con il momento di crisi che stiamo attraversando ma che si indirizzano esclusivamente su risparmi e quindi guadagni personali”.
LA CASSA INTEGRAZIONE
Fino ad ora all’Omsa sono state utilizzate 280mila ore di cassa integrazione. Ciò significa che lo Stato ha sborsato l’equivalente di un milione e 400 mila euro. Si tratta di risorse che sono servite a dare sostegno ai 350 dipendenti (in stragrande maggioranza donne) impegnati strenuamente nella difesa del posto di lavoro. Tutto ciò, per ora, non è servito a scongiurare la chiusura dello stabilimento; la partita però non si gioca più tra Ravenna e Mantova, dove c’è un importante fabbrica. I sindacati Cgil, Cisl e Uil hanno tutta l’intenzione - insieme con il Comune, la Provincia e la Regione - di giocarsi tutte le carte a Roma, in sede ministeriale. I rappresentanti nazionali di Cgil, Cisl e Uil si sono presentati uniti davanti alle lavoratrici dell’Omsa: “Dobbiamo aprire il tavolo di crisi con il Ministero e salvare i posti di lavoro. La questione non va affrontata solo per Omsa, ma in relazione a tutte le politiche industriale del gruppo Golden Lady che vanta sette stabilimenti in Italia, due in Serbia e uno in America. Nei prossimi incontri chiederemo che il Gruppo ritiri la decisione di chiudere l’Omsa di Faenza e che il caso manfredo non sia affrontato in maniera isolata. Siamo di fronte ad una multinazionale e come tale deve essere trattata. Ci si sbaglia se si vuole risolvere solo il problema faentino. La questione riguarda tutti gli stabilimenti”.
Tra gli elementi sottolineati dai sindacati vi è quello dell’eventuale ricollocazione del personale coinvolto nella vertenza: “La questione dell’Omsa – spiega Valeria Fedeli della Filcem Cgil – colpisce direttamente il mondo femminile. Da sempre le donne fanno più fatica a ricollocarsi sul mondo del lavoro e in questo caso si parla di lavoratrici con una precisa specializzazione. All’Omsa l’età media delle dipendenti è compresa tra i 40 e i 45 anni. Sappiamo bene che se queste persone perdono il lavoro faranno fatica ad essere riassorbite in altre attività. Non possiamo permettere che ciò accada”.
SOLIDARIETÀ UNANIME
Ordini del giorno e manifestazioni di solidarietà. La vicenda dell’Omsa ha provocato reazioni da tutte le parti del mondo politico. A fine gennaio il consiglio provinciale ha approvato all’unanimità un odg sulla chiusura dello stabilimento, nel quale si chiedeva al Governo di aprire un tavolo nazionale con le organizzazioni sindacali, le amministrazioni locali e il gruppo Golden Lady per affrontare la vertenza Omsa e alla proprietà di presentare un preciso piano industriale teso al mantenimento del punto produttivo di Faenza e alla salvaguardia dei posti di lavoro. Il consiglio comunale di Faenza, dal canto suo, ha espresso vicinanza ai lavoratori dell’Omsa e sostegno alle iniziative intraprese dalle istituzioni di ogni grado. Allo stesso tempo ha giudicato “improponibile” ogni decisione unilaterale dell’azienda di cessazione di attività o smantellamento di macchinari e del patrimonio produttivo dell’Omsa. La vicenda è stata anche oggetto di una risoluzione presentata in Regione dai consiglieri del Pd Mario Mazzotti, Miro Fiammenghi e Marco Monari. Nel documento si denuncia “l’atteggiamento fin qui tenuto dalla proprietà, che non ha permesso nessun confronto con le organizzazioni sindacali sul piano industriale e sulle scelte per le prospettive dei diversi stabilimenti”. Anche il mondo cattolico ha alzato la propria voce. Le Acli provinciali hanno espresso solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori dello stabilimento e si sono uniti a quanti manifestano, in questi giorni, serie preoccupazioni per i recenti sviluppi della vicenda e per le prospettive di una imminente chiusura dello stabilimento stesso. Il vescovo Giuseppe Verucchi, accompagnato da don Otello Galassi, direttore del Centro per la pastorale sociale e del lavoro, ha incontrato gli operai che stazionano giorno e notte davanti ai cancelli dell’Omsa e ha espresso l’auspicio che si facciano ancora tutti i tentativi possibili per evitare di aggravare la situazione dell’occupazione nel territorio di Faenza.
IL RETROSCENA
Un foglietto con un disegno. Un semplice schizzo. Questa era la soluzione alternativa avanzata da Grassi al sindaco di Faenza Claudio Casadio. Si trattava di “un progetto un po’ naif ” racconta il primo cittadino faentino. Il progetto di un centro commerciale che l’imprenditore voleva costruire sulle macerie dell’Omsa. “Mi ha detto che così Faenza avrebbe perso 350 posti di lavoro, ma almeno ne avrebbe acquisiti 100. Gli feci capire che il progetto non poteva essere alternativo all’Omsa e per l’Amministrazione non era una strada possibile”.
INDUSTRIALI PREOCCUPATI
“In questa vicenda la crisi ha un ruolo sicuramente minore. E’ vero che c’è una contrazione dei volumi ma qui il nocciolo è la competizione, è la globalizzazione, sono i costi diversi tra aree geografiche diverse”. La pensa così Tomaso Tarozzi, vicepresidente dell’Associazione Industriali, che tuttavia dichiara di non poter fare più di tanto per una risoluzione: “Noi possiamo portare le nostre considerazioni, dare stimoli ma le idee le devono avere gli altri. Al momento crediamo che non sia sufficiente limitarsi agli appelli generici, Faenza ha bisogno invece di pensare a come attrarre nuove imprese manifatturiere e, nello specifico del caso Omsa, a come generare un interessamento rinnovato verso questa storica realtà produttiva”. Il tema, dunque, sono le idee: “Bisogna avere coraggio, non utilizzare solamente gli ammortizzatori sociali. Non basta dire che vogliamo che lo stabilimento Omsa resti, a dovere restare è il lavoro. In questa direzione gli attori istituzionali devono fare la loro parte”. E anche sul tema made in Italy gli Industriali sanno che non si può scherzare: “In materia c’è una regolamentazione recente abbastanza stringente. Il made in Italy per noi è un valore aggiunto nel mondo. E non si potrà certo caratterizzare in questo modo qualcosa che viene prodotto da altre parti”.
Il re dei collant
FAENZA - Nerino Grassi è un imprenditore mantovano che ha fondato il gruppo Golden Lady nel 1967 e che è proprietario anche dei gruppi Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon. Detiene il 50% del mercato delle calze da donna in Italia e il 19% di quello degli Stati Uniti. Esporta il 55 per cento della propria produzione e distribuisce tramite distributori, filiali e 400 negozi monomarca Goldenpoint. Nel 2005 il Gruppo - che conta oltre 5 mila dipendenti, fattura 540 milioni di euro e ha 16 stabilimenti - tramite la Va Ly da esso interamente controllata, ha inaugurato un’altra unità produttiva di 10mila metri quadrati a Valjevo in Serbia, a 100 chilometri da Belgrado. Inizialmente lo stabilimento doveva servire per “piccole lavorazioni”, poi è stato gradualmente ampliato e oggi si prevede che sostituirà buona parte della produzione italiana.