
di Massimo D’Angelillo *
Nella vicina Ferrara, un famoso studio notarile ha richiesto la cassa integrazione per una parte dei suoi 30 dipendenti.
Si tratta di una vicenda doppiamente istruttiva. Da un lato, essa ci dà il senso della profondità della crisi, che arriva a toccare persino le professioni più protette; dall’altro ci segnala che il nostro sistema (Ravenna non è molto diversa da Ferrara) è stato molto attivo a sviluppare funzioni burocratiche (30 dipendenti non sono pochi!), mentre non altrettante energie ha dedicato al decollo di quelle funzioni innovative che sole potranno consentirci, nei prossimi anni, di uscire dalla crisi.
La provincia di Ravenna presenta bassi tassi di investimento in nuove tecnologie, scarsa natalità di imprese innovative, scarsa proiezione esterna, per le merci e per i servizi; una qualità della manodopera livellata su funzioni spesso solo esecutive.
Non mancano certo punte avanzate, o progressi interessanti nella diffusione (purtroppo non nello sviluppo tecnologico) di applicazioni fotovoltaiche.
L’economia però si appoggia ancora molto sul mercato interno, e negli ultimi dieci anni è riuscita a crescere soprattutto su un boom demografico-immobiliare (in provincia di Ravenna oltre 28 mila abitanti in più nel periodo 2003-2008, di cui quasi 17 mila nel solo Comune capoluogo), che ha trainato l’edilizia e sorretto le entrate dei Comuni.
Il timore è che si cerchi di uscire dalla crisi non con l’innovazione, ma con una ulteriore (anche se improbabile) espansione immobiliare, che rischierebbe di devastare l’ambiente e il territorio.
Gli enti pubblici e le imprese sono a corto di idee. La crisi ha colto impreparati, anche perché a lungo se ne erano sottovalutati e ignorati i segnali premonitori. Un conformistico “tutto va bene” sembrava infatti il motto più diffuso. Oggi, mentre lo sguardo sembra annebbiato, si accumulano problemi di non facile soluzione.
Di fronte alle migliaia di cassaintegrati e disoccupati, alcuni Comuni hanno messo in campo fondi (peraltro irrisori) per il sostegno alle famiglie bisognose, ma pochissime idee su come sviluppare l’economia e le opportunità occupazionali. Una logica repressiva e di controllo sembra farsi avanti, come sintomo di una società che perde slancio innovativo, si chiude in se stessa, protegge il benessere accumulato e abbandona ogni tensione verso il futuro e verso la creazione di nuova ricchezza.
Se una parte dei giovani (al di là di quella che è la normale esuberanza giovanile) cerca lo “sballo”, il problema non è di ordinare loro (infruttuosamente) di non farlo, ma di cambiare attivamente uno scenario che oggi relega i giovani nel precariato, nella disoccupazione e quindi in una situazione frustrante.
Dove, se non in settori innovativi, potrebbero trovare invece un impiego soddisfacente migliaia di giovani ad alta scolarità oggi disoccupati?
· Economista