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Il Settimanale
6/11/2009 - Zac, vent'anni dopo

Inchiesta

L'attualità della lezione di Zaccagnini

Il ricordo del politico cattolico ravennate

Di Matteo Cavezzali, Federica Ferruzzi, Silvia Manzani, Elena Nencini

RAVENNA - Sono passati vent’anni dalla scomparsa di Benigno Zaccagnini, uno degli uomini politici ravennati, insieme a Arrigo Boldrini, più amati e che più hanno lasciato il segno nella storia della nostra città e del Paese intero. E’ ancora vivo il ricordo della sua grande umanità tra coloro che lo conobbero e ne condivisero le scelte, come tra gli avversari che sempre lo stimarono. Il Qui in occasione di questo ventennale pubblica un volume, che Matteo Casadio, che ne scrive l’introduzione, ha voluto intitolare “La politica è bellissima” e che raccoglie alcuni significativi saggi scritti intorno alla metà degli anni Settanta.

Inoltre sono state organizzate due iniziative per ricordarlo: giovedì 12 novembre, alle 20.30, al teatro Opera  Santa Teresa, verrà presentato il libro ‘Dialoghi con Zaccagnini’, con il cardinale Ersilio Tonini, Guido Bodrato, Domenico Rosati, Bruno Tabacci, Aldo Preda, Fabrizio Matteucci, Francesco Giangrandi, monsignor Giuseppe Verucchi.

Venerdì 13 novembre, invece, si terrà il convegno “Riflettere su Zaccagnini” alle 15 al Teatro Rasi di Ravenna. Prima del convegno, alle ore 14, Monsignor Verucchi terrà una preghiera sulla tomba del politico ravennate. Interverranno Guido Bodrato, monsignor Giancarlo Bregantini, Bruno Tabacci, Massimo D’Alema, Dario Franceschini, Pierluigi Bersani.

A concludere  il cardinale Ersilio Tonini Alle 19, nella Basilica di Santa Maria in Porto, concelebrazione eucaristica dei vescovi della Romagna, con monsignor Giuseppe Verucchi, arcivescovo di Ravenna.

“E’spirit l’è bon, mo e’ fisich l’à ciap una brota böta”

Era così che si salutavano Giordano Mazzavillani e Benigno Zaccagnini, ed era così che Zaccagnini rispondeva, dopo la morte di Aldo Moro, a Cristina Mazzavillani Muti . “Era un grande uomo, molti lo descrivono come una persona mite, io invece lo ricordo come un leone, un uomo atletico che amava tuffarsi dal punto più alto dei rimorchiatori. L’ho conosciuto come un leone da battaglia. Ricordo di lui il sorriso dolente al momento della morte di Moro. Che vita ha fatto Benigno: la morte dei due figli piccoli, almeno all’apparenza, non gli aveva dato lo stesso dolore di quella di Moro. Il mite Benigno, ma anche il coraggioso che ha pagato di persona le scelte fatte, il difendere la linea della fermezza per non cedere al ricatto. Io sono sicurissima che questo sia stato uno dei motivi che hanno portato alla sua morte”.

Ma per Cristina Mazzavillani Muti, oltre che essere stato l’amico fraterno di suo padre, Benigno Zaccagnini ha segnato alcuni momenti fondamentali della sua vita: il matrimonio, la morte di suo padre, la nascita di Ravenna Festival. Continua: “E’ stato testimone al mio matrimonio. Era appena morto suo figlio di quattordici anni, ma mi disse: ‘Cristina, in chiesa vengo, ma al ricevimento no’”. Era un uomo pragmatico, ma libero nel pensiero e lasciava liberi gli altri. A dimostrazione della profonda amicizia che lo legava alla mia famiglia, il giorno della morte di mio padre, il 5 maggio 1976, lo stesso giorno in cui Benigno fu fatto Segretario nazionale della Dc, nel giro di due ore, nonostante per lui fosse una giornata di festeggiamenti, era già a Ravenna”.

Anche il Ravenna Festival nel suo ventennale ha dedicato proprio a Zaccagnini quest’anno un concerto, la “Missa Defuntorum” di Paisiello a Sant’Apollinare Nuovo. Continua Cristina Muti: “Impossibile per me dimenticare la data della sua morte, il 5 novembre 1989, era il primo anno di lavoro del Ravenna Festival, ed era stato proprio lui a chiedermi di seguire questo evento importante per la città. Probabilmente se non ci fosse stato il suo appoggio spirituale ed economico non avrei accettato. Venne da me e mi disse: ‘Hai avuto tanto dalla vita, è tempo di restituirlo’. Gli dissi ‘Si, purché tu mi stia vicino’. La sua morte, dopo nemmeno un anno che era nato il Festival, non mi ha spento, anzi. La voce di un amico che non c’è più risuona più forte”.

Accanto all’uomo politico, un ritratto più familiare e intimo appare dalle parole della figlia di Giordano Mazzavillani: “Casa Mazzavillani e Casa Zaccagnini erano diventati dei veri e propri cenacoli, si discuteva, si litigava, ma non mancava mai il momento burattinesco e romagnolo. Come non ricordare proprio Benigno nel teatro dei burattini, faceva un Fagiolino eccezionale. Ma il problema è che si distraeva, perché – visto che era un pediatra – sbirciava da dietro la tenda della baracca i bambini per vedere che facce facevano. Così perdeva di vista la commedia e ne inventava una nuova. E Giordano diceva ‘Ma non era questa la commedia!’ e lui rideva, rideva”.

NATALINO GUERRA, AMICO INTIMO

E’ stato uno degli amici più intimi di Zaccagnini. E ancora oggi, quando ne parla, gli si rompe la voce in gola. Natalino Guerra , di Bagnacavallo, docente e da sempre impegnato nei movimenti cattolici, conobbe il segretario della Dc al primo congresso dei Comitati di Liberazione che si tenne a Ravenna al Teatro Alighieri. Era il maggio del 1945: “L’impressione che mi diede, e che poi ho mantenuto tutta la vita, fu quella di un uomo con un’intima spiritualità, fondamentalmente buono”. Uno per il quale la politica era ‘un servizio alla gente, non la gestione del potere’. Da amico, Guerra assistette anche ai momenti tragici della vita del ‘cattolico democratico”: “Prima di tutto dopo l’8 settembre del ’43. Dalla Germania, dove era stato fatto prigioniero, era riuscito a fuggire. La visione della guerra, le notizie degli amici e dei parenti uccisi lo avevano talmente prostrato che, dopo aver dedicato tutto se stesso all’azione cattolica, si ritirò nella sua casa e cominciò ad esercitare la professione civile nell’ospizio di Santa Teresa”. Ma il momento più tragico doveva ancora arrivare: “Davanti al cadavere di Aldo Moro disse di avere il cuore straziato. Anche negli anni successivi, fino alla sua morte, l’ombra di Moro ha continuato a pesare su di lui, che aveva fatto di tutto per salvarlo, anche se lo Stato non aveva potuto piegarsi alle Brigate Rosse”. E se il ricordo di Zaccagnini è ancora più che mai vivo, Guerra non lo vedrebbe affatto nella politica attuale: “In questo momento storico starebbe di certo al di fuori della cerchia di chi comanda. Soffrirebbe, anziché vivere”.

L’IMPEGNO NELLA RESISTENZA

Lea Bendandi , classe ‘22, oggi abita a Russi e durante la Resistenza svolse un ruolo da protagonista in sella alla sua bicicletta.

“Accompagnai Zaccagnini alla seconda riunione del comitato di liberazione. Dai viali della stazione di Russi l’ho condotto fino alla casa dei miei nonni, che si trova lungo la strada che da Chiesuola va a Ponte Vico. Lì si doveva incontrare con i quattro uomini del comitato di Russi, un comunista un democristiano, un repubblicano ed un socialista per impartire alcuni ordini rivolti al sabotaggio e all’ostruzionismo verso i tedeschi. Era fine giugno, ma lui invitava a non battere il grano e a disseminare le strade con chiodi. I tedeschi, infatti, erano gli unici a muoversi in auto. Zaccagnini mi ha dato l’impressione di una persona molto decisa, che sapeva ciò che voleva”. Ma se il suo punto di forza erano le strategie, il fondatore della Democrazia Cristiana era probabilmente meno abile di gambe. Ricorda infatti Lea: “Durante il percorso io non pensavo ad altro che a pedalare. Ogni tanto mi giravo e vedevo che lui mi stava dietro, allora proseguivo. Quando però arrivammo lui era esausto, mi guardò e mi disse: ‘La mi sgnurena, la ma fat sciupè! (la mia signorina, mi ha fatto scoppiare!)’. Quando tornammo indietro lo scortai fino a Ravenna, ma rallentai il passo”.

“UN’INCREDIBILE UMANITÀ”

Risale agli anni Cinquanta l’inizio del rapporto tra Zaccagnini e Giacomo Giacometti , ex sindaco di Casola Valsenio: “Lo conobbi quando cominciò a venire in paese a fare i comizi. Diventai subito un suo ammiratore, mi incantava la semplicità con la quale gestiva i rapporti umani”. Da segretario provinciale della Cisl, poi, Giacometti visse da vicino tutta la vicenda del terrorismo e il dramma che colpì in prima persona Zaccagnini: “Voglio raccontare un aneddoto che non scorderò mai. Zaccagnini, un giorno, venne apposta a Ravenna per partecipare ad un consiglio di fabbrica dell’azienda metalmeccanica Maraldi, che era in crisi. Ma finimmo a parlare di Moro, e ci mettemmo tutti a piangere insieme a lui. La crisi passò in secondo piano”. Ma l’umanità del democristiano si rifece viva in molti altri casi ancora: “Un giorno una delle guardie di vigilanza della sua casa si addormentò durante il turno. Su sollecitazione dei sindacati Zaccagnini intervenne affinché non venisse espulso dal corpo. Disse che era umano per un giovane ragazzo avere avuto un momento di debolezza. Il poliziotto fu trasferito ad Avellino ma non perse il lavoro”. Un’umanità, quella di Zaccagnini, che anche le testimonianze di Domenico Cavina, suo consigliere, dimostrano: “Il rapporto tra i due – ricorda Giacometti – è stato ricostruito in un libro pubblicato due anni fa, dal quale emerge come la loro romagnolità andasse oltre le regole della politica”.

“ERA UN ROMAGNOLO PURO”

“Ho 86 anni, mi viene l’ansia quando devo raccontare”. Ma nonostante la premessa, don Pio Pagani , al solo sentire il nome Zaccagnini, sviscera i ricordi. Parroco da una vita a Baffadi, Casola Valsenio, conobbe il segretario della Dc negli anni Cinquanta: “Lo vedevo sempre in chiesa con la moglie. Iniziava a pregare molto prima dell’inizio della funzione, a testimonianza della sua grande fede. Diventammo amici, era un uomo alla mano, disponibile”. Oltre che un politico che adesso si potrebbe davvero definire d’altri tempi: “Non so come lo vedrei oggi. La politica è diventata una giungla di bestie feroci che cercano l’assalto, l’aggressione verbale. Lui era completamente diverso. Era un romagnolo puro”.

IL SENSO DELLA COMUNITA’

“I tanti ricordi che ho di mio padre sono più legati a lui come persona che come politico – ricorda la figlia Livia Zaccagnini -. Uscire con lui per strada quando ero bambina era strano. La gente lo fermava continuamente, per dirgli qualcosa, o anche solo per il piacere di salutarlo. Erano contenti che lui li ascoltasse e non era per fare richieste, ma perché lo sentivano come un amico, un padre o un fratello che poteva capirli”. Secondo Livia ci sarebbe bisogno oggi più che mai di sentire nuovamente quelle parole “per ritrovare il senso di una politica per la comunità, per i cittadini e per il paese”.

LA POLITICA COME SERVIZIO

Raffaele Gordini , presidente provinciale di Confcooperative, pensa a Zaccagnini con nostalgia e rammarico: “Ha lasciato una testimonianza eccezionale ma il valore della sua eredità dipende da quanti, ora, vogliano rivisitare e fare propria la sua idea di politica intesa come servizio alle persone e alle comunità. Bisognerebbe fare tesoro dei suo insegnamenti, bisognerebbe che nascessero altri come lui”. Lui che era “una persona squisita, un punto di riferimento non solo per il mondo cattolico, un uomo aperto alle istanze di tutti”. Senza contare l’attenzione alla cooperazione: “Portò su tutti i tavoli istituzionali la difesa dell’istituzione cooperativa. Fu un attivo sostenitore dell’articolo 45 della Costituzione”.

A FIANCO DELLE ACLI

“La storia delle ACLI di Ravenna – dice il segretario Walter Raspa - è stata una storia estremamente ricca e originale rispetto a quella di molte altre province. Questa originalità l’ha portata a vivere con serenità i momenti di passaggio del Concilio e del post Concilio, ricchi di speranze e di preoccupazioni, nonché le vicende interne al movimento, quando una parte della sua dirigenza – incapace di leggere i fenomeni sociali ed i segni dei tempi - cercava nella cultura di ispirazione marxista un metodo per garantire una nuova proposta civile al mondo operaio.

La diversità ravennate va a merito dei vari presidenti delle Acli che si sono succeduti dal 1946 ad oggi, ma anche e soprattutto al ruolo svolto a Ravenna da Benigno Zaccagnini con la FUCI e l’Azione Cattolica. All’inizio del 1945 Achille Grandi si rivolse, tramite Edmondo Castellucci, a Benigno per dare avvio alla costituzione delle Acli e del Patronato ravennate e dopo pochi mesi il primo Presidente delle ACLI di Ravenna, Giusto Carbognin, gli consegnò la tessera del 1945.

Benigno aveva condiviso la proposta di Grandi di creare un movimento, che nasceva dentro il mondo cattolico, ma non era l’Azione Cattolica e quindi dipendente dalla Gerarchia, un movimento sociale, caratterizzato da un’ampia autonomia e democraticità interna, luogo di formazione per chi era impegnato sul difficile fronte dell’unità sindacale.

Questi furono gli elementi fondativi, anche se poi la storia andò diversamente.

Pur in questa storia complicata, perché difficili erano i tempi, Benigno rimase amico fedele del movimento, vicino ai vari Presidenti provinciali e partecipe ai Congressi e a diversi incontri. Mi piace ricordare che l’ultima tessera, quella del 1989, gli fu consegnata da Giovanni Bianchi, il presidente nazionale di quegli anni, dopo un incontro presso le ACLI di Ravenna, durante il quale Zaccagnini intervenne per sottolineare ancora una volta la necessità di un impegno degli aclisti per la Città dell’Uomo.

Questo suo intervento rimane per noi un punto di riferimento ancora oggi”.

UN ESEMPIO PER I GIOVANI

“Sono cresciuto nel partito con Zaccagnini - racconta Francesco Giangrandi , presidente della Provincia - vivendo con lui spalla a spalla gli anni ’80. Sono ricordi che porto nel cuore. Era una personalità che infondeva ai giovani la speranza. Quando sento il suo nome ricordo i suoi insegnamenti, la passione, l’onestà intellettuale e l’accortezza con cui viveva la politica. Sono le doti che ancora oggi dovrebbero avere i politici. Ricordo il suo funerale, a cui partecipò tutta Ravenna dimostrando il riconoscimento a quegli insegnamenti”.

Giovanni Monti , presidente di Legacoop Ravenna ricorda Zaccagnini come “uno degli uomini che ha dato un contributo importante alla coesione sociale e al fare insieme, nonché alla cooperazione stessa. Ha aiutato la crescita della qualità economica e sociale di Ravenna, uno stimolo in grado di portare sviluppo al nostro territorio”.

“Ho un ricordo molto affettuoso di Zaccagnini - rammenta Pericle Stoppa assessore ravennate – che risale a quando da giovane militavo nella Dc. Zaccagnini era l’esponente più illustre del partito ed ero affascinato dal suo approccio alla politica. Quando fu eletto segretario diede inizio a un periodo di rinnovamento vissuto con grande entusiasmo dai giovani del partito. Si trattava di un cambiamento profondo che, ahimé, fu interrotto dalla tragedia Moro. Quel momento di rinnovamento si inceppò.

Zaccagnini portò sulle spalle il peso maggiore di quel rapimento. Era un uomo buono e generoso che ha onorato la nostra città”. Lo spirito di Zaccagnini secondo Stoppa “andrebbe recuperato. Bisognerebbe tornare alla politica come la intendeva lui, ovvero come servizio per gli altri, per la comunità. Zaccagnini aveva una tensione morale che andrebbe presa d’esempio anche oggi”.

“La politica – scrive Matteo Casadio -ha il dovere di fare una proposta per il bene comune, ha anche il dovere di dire chiaramente quali impegni essa si può prendere per raggiungere quell’obiettivo, ma deve provocare i cittadini su come fare la loro parte.

E’ sempre stata questa l’idea di politica di Zaccagnini ed a questa dobbiamo tornare, non ci sono alternative. Gli interventi e gli scritti di Zac sono un continuo susseguirsi di idee, proposte, ma anche di provocazioni rivolte ad ogni singolo cittadino, al mondo dell’associazionismo e del volontariato, ai sindacati, alle imprese per misurare il polso e la tenuta di questo patto di corresponsabilità tra politica e comunità civile, in tutte le sue espressioni, unico vero e solido fondamento di civiltà”.

Una vita per la politica

Nato a Faenza il 17 aprile 1912, Benigno Zaccagnini  nel 1937 si laureò in pediatria e fino all’8 settembre 1943 esercitò la professione medica. Attratto dalla politica, fu tra i fondatori della Democrazia Cristiana. Membro del Comitato di Liberazione Nazionale, fu tra i più attivi combattenti antifascisti della provincia di Ravenna.

Fu eletto all’Assemblea Costituente nel 1946 ed alla Camera dei Deputati nel 1948. La sua attività governativa cominciò nel 1958, quando divenne sottosegretario al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale nel governo Fanfani II.

L’anno successivo fu Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale nel governo Segni II, e mantenne tale carica anche durante la breve esperienza del governo Tambroni (1960), per passare, sempre nello stesso anno, al Ministero dei Lavori Pubblici nel successivo governo guidato da Amintore Fanfani.

Nel 1972 divenne il portavoce della corrente di sinistra del partito. Nel 1975 fu nominato segretario nazionale della Democrazia Cristiana.

Nelle elezioni politiche del 1976 la DC da lui guidata ottenne il 38,7% dei voti (+3,4% rispetto alle elezioni amministrative dell’anno prima), riuscendo in tal modo a frenare la corsa a Palazzo Chigi di Enrico Berlinguer, segretario del partito comunista, che pur toccò con il 34,4% il suo massimo risultato elettorale.

Durante il rapimento di Aldo Moro, eseguito dalle Brigate Rosse, Zaccagnini difese la “linea della fermezza” ma la tragica morte dell’amico e collega lo distrusse umanamente e politicamente: nel 1980 venne sostituito nella carica di segretario nazionale da Flaminio Piccoli e, da quel momento in poi, non accettò alcun incarico istituzionale. Nel 1984 venne eletto al Parlamento Europeo.

“Zac” è scomparso il 5 novembre 1989 a Ravenna.