
Giulio Guberti ricorda Giuseppe Maestri
Giulio Guberti, commemorando l’amico Giuseppe Maestri, recentemente scomparso, si è soffermato sul ruolo delle botteghe artigiane (nel caso di Maestri si può dire d’arte) del nostro territorio come luogo di dibattito e di confronto.
La bottega di Maestri in via Baccarini era un luogo speciale...
Niente è più misterioso della nascita di un’amicizia. Erano gli anni sessanta quando misi piede per la prima volta nella Bottega di via Baccarini, galleria d’arte e corniceria. Subito fui affascinato dall’atmosfera di quell’ambiente magico dove le cose diventavano manu-fatti, trionfo delle mani appunto e della sapienza che le fa muovere. Con Giuseppe Maestri la sintonia fu immediata. Forse perché entrambi eravamo campagnoli trasferiti in città, forse perché la nostra è stata l’ultima generazione a vivere la civiltà contadina e a constatarne la fine. Quante volte con Giuseppe ci siamo detti: in pochi anni è cambiato tutto. Forse in città non se ne sono resi conto immediatamente, ma noi lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle si può dire giorno dopo giorno. La meccanizzazione dell’agricoltura; la scomparsa del bracciantato; i ragazzi che non parlano più il dialetto e non lo capiscono; le donne che, grazie anche alla pillola anticoncezionale, sono diventate, in parte, padrone del loro destino; l’esodo biblico verso le città; i paesi diventati dormitori; le colline spopolate, ormai luoghi di frane e smottamenti; lo smog insopportabile a causa delle fabbriche, del riscaldamento delle case e dell’aumento impressionante dei mezzi di locomozione; la gente che ha smesso di frequentare bar e circoli per chiudersi in casa con la televisione; la scomparsa dell’opinione pubblica, ognuno con la sua opinione “privata” sempre più falsamente individuale perché sempre più etero diretta; l’affiorare di umori xenofobi; l’affievolirsi della solidarietà anche tra vicini di casa che spesso non si conoscono neppure, eccetera. Alcune sono cose buone e altre pessime. A mio modo di vedere (ed era anche il pensiero di Giuseppe) si è buttato via il bambino con l’acqua sporca. Forse le cose sono accadute troppo in fretta. Forse ha ragione Heidegger: la tecnica a lungo andare diventa ingovernabile.
La Bottega è un reperto d’altri tempi o una risorsa per il futuro?
“Sarebbe fin troppo facile rispondere che ogni luogo assume le caratteristiche di chi lo vive e di chi lo frequenta: Giuseppe e Angela simpatici anfitrioni, i frequentatori selezionati per affinità elettive, quasi un cenacolo. Non mancavano i tipi bislacchi magari anche divertenti. Giuseppe era diventato un notevole stampatore d’arte, un calcografo e torcoliere artefice di acqueforti, acquetinte e cere molli. Una stamperia d’arte è (forse bisognerebbe dire: era) un luogo alchemico e un poco anche infernale, tra acidi per morsure che ‘fumano’ quando ‘mordono’ il metallo e inchiostri stesi e puliti sulla lastra di zinco o di rame in una specie di gioco da prestigiatore. Ed è un miracolo ogni volta che si solleva il foglio passato sotto il torchio e compare l’immagine lasciata dalla lastra incisa. Un lavoro come ai tempi di Dürer o di Rembrandt fino a Picasso e a Morandi. Oggi, anche in questo ambito, tutto è cambiato: si lavora con il computer e altre diavolerie meccaniche che prescindono quasi dalla sensibilità umana. L’arte è diventata sempre più ‘concettuale’ e spesso l’artista ha ‘l’idea’, mentre il lavoro ‘esecutivo’ viene lasciato ad altri (vedi Boetti, Cattelan, ecc.). Anche in arte sta prevalendo la divisione del lavoro (qui Marx aveva visto giusto). In conclusione l’artigiano di un tempo è scomparso o sta scomparendo: come il bracciante, come lo spazzacamino, come l’orsetto del W.W.F. Oggi l’artigiano è un’altra cosa, forse bisognerebbe trovare un altro nome per qualificarlo e per distinguere.
La memoria di Giuseppe Maestri, artista di qualità, rimarrà affidata alle sue incisioni. Come lui stesso ha scritto: ‘I colori illuminano i miei lavori come quelli dei bambini … ma i colori sono anche una forma di protesta personale: perché arrendersi al grigiore del mondo?’ L’ottimismo della volontà…ce n’è tanto bisogno”.