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Il Settimanale
1/2/2008 - La lezione di Bulow

"Quei giudizi poco lusinghieri su Bulow"

a cura dell' Istituto storico della Resistenza di Alfonsine

In margine alla scomparsa di Arrigo Boldrini, un quotidiano locale si è prodotto in giudizi assai poco lusinghieri sul famoso comandante partigiano. Il diritto di opinione è inviolabile (checché ne pensino, anche grazie all'opera di uomini come Boldrini), non è certo questo ad essere in discussione. L'Istituto Storico della Resistenza di Ravenna sente però come proprio dovere di intervenire su due questioni sollevate dal suddetto giornale: il supposto entusiasmo giovanile di Boldrini per il fascismo e la strage di Codevigo. L'articolo Il silenzio sugli anni '30 ("La Voce di Romagna", 23 gennaio 2008) specula in un modo che vorrebbe essere sarcastico sul passato fascista di Boldrini. Che Boldrini sia stato iscritto al Partito Nazionale Fascista nonché sotto-capomanipolo nella Milizia Volontaria è cosa risaputa. Espunta, è vero, dai tanti ritratti agiografici, ma ben presente a chi si occupa di storia in modo serio.

Ed è cosa, peraltro, mai negata dal diretto interessato, il quale – come la "Voce" stessa del 23 gennaio u.s. ricorda in altro articolo – ne parlava come di una scelta sbagliata. Di una scelta – si badi – parlava francamente Boldrini, non di una fatalità, di una scelta consapevole. E non v'è dubbio – lui per primo lo sapeva - che quella scelta fu un errore. Dunque, la notizia che il giovane Boldrini, come molti altri della sua generazione, fu iscritto ad organizzazioni fasciste, equivale per novità e sagacia alla scoperta dell'acqua calda. Credendo di fare chissà quale rivelazione, nel medesimo articolo Il silenzio sugli anni '30 si afferma inoltre che anche Benigno Zaccagnini fu a suo tempo fascista. Tanto per puntualizzare, in un saggio dello storico Alessandro Luparini (nel volume Ravenna e provincia tra fascismo e antifascismo 1919-1945, uscito nel 2006), che lavora proprio per l'Istituto Storico, è scritto a chiare lettere, documenti alla mano – come si confà ad ogni seria ricerca storica –, dei trascorsi fascisti di Zaccagnini, ed anche di un altro protagonista della Resistenza ravennate, Giuseppe D'Alema. Basterebbe avere la voglia di andare a leggere. Solo che i saggi storici sono difficili da masticare, richiedono attenzione e senso critico. È molto più semplice affidarsi a pamphlet spacciati come libri di storia. Ma il punto fondamentale è un altro: che Boldrini (e come lui i vari Zaccagnini, D'Alema ecc), per un certo periodo della sua vita, abbia potuto credere nel fascismo, non cambia il fatto che, per la sua e la nostra buona sorte (soprattutto nostra, visto il ruolo da lui svolto in quella lotta di Liberazione che ha generato l'Italia repubblicana, così ponendo le condizioni perché anche quel quotidiano potesse liberamente esprimere le proprie opinioni), egli ad un certo punto, grazie alla frequentazione e all'esempio di antifascisti della "prima ora", abbia aperto gli occhi ed abbia cambiato idea. Gli uomini raziocinanti possono fortunatamente mutare opinione.

Quanto alla seconda questione (ovvero la strage di Codevigo attribuita con assoluta sicurezza agli uomini della 28ª Brigata Garibaldi), sulla quale si cimenta il polemista Gianfranco Stella, l'Istituto preferisce non entrare nel merito di affermazioni opinabili, che riducono ad una rappresentazione semplicistica una vicenda complessa quale la guerra combattuta in Italia nel '43– '45, che fu anche, lo insegna Claudio Pavone forse un po' più autorevolmente di Gianfranco Stella, una sanguinosa guerra civile. L'Istituto si limita ad osservare che non è vero che sui fatti di Codevigo la storiografia cosiddetta "di sinistra" non si sia interrogata; basti dire di un importante saggio monografico di Marco Rossi apparso nel 1999. Ma, anche in questo caso, si tratta di pubblicazioni "complicate", che fa buon gioco passare sotto silenzio. Anche in tal caso tornano assai più comodi, ad un progetto politico che millanta imparzialità laddove invece gronda faziosità e astio, i proclami roboanti del revisionista di turno.

In definitiva, è sacrosanto invocare il rigore dell'indagine storica, che deve mantenersi scevra da pregiudizi ideologici, ma è perlomeno discutibile che tutto ciò possa venire da sedicenti storici, come quelli ospitati dalle colonne del quotidiano, i quali ignorano le più elementari norme del fare storia, a cominciare dall'obbligo di citare le fonti.