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» Ravenna - 17/06/2014

La fallita autocostruzione di alloggi a Filetto: perché deve occuparsene la magistratura penale

Ancisi: “A mio parere, questi nuovi fatti dimostrano che la responsabilità della mancata costruzione degli alloggi  è di tutti fuorché degli auto costruttori”

Sabato scorso, ho depositato, presso il Comando della Polizia municipale di Ravenna quale organo di polizia giudiziaria, un mio “Esposto su fatti di rilevanza penale nella fallita autocostruzione di alloggi a Filetto”, consistente in otto capitoli e 15 allegati. In sostanza, la vicenda, finora lungamente dibattuta per gli aspetti amministrativi, contabili e civilistici, si sposta - alla luce di fatti e documenti inediti quanto sorprendenti, che ho raccolto e sistemato - sul piano delle responsabilità penali, tali da inquadrare e chiarire sotto nuova luce l’intera, assai poco commendevole, storia.

 

LA TRISTE STORIA

14 autocostruttori, metà italiani e metà stranieri, poi associatisi nella coop. Mani Unite, furono scelti, nel 2006, dal Comune di Ravenna, con bando pubblico, tra famiglie di basso reddito, per costruire con le loro mani la loro prima casa su un terreno di Filetto dato loro in concessione per 99 anni. Sulla base di un protocollo sottoscritto dal Comune e dall’associazione Alisei ong - scelta anch’essa dal Comune con un bando - fu garantita loro da Alisei ong piena assistenza tecnica e finanziaria in tutte le fasi del progetto, in particolare “una solida regia e direzione edilizia”, “il supporto tecnico per la direzione dei lavori” e “i contatti con Banca Etica per facilitare l’erogazione dei mutui finanziari”, mentre il Comune avrebbe dovuto “sovrintendere, coordinare e vigilare in tutte le fasi la corretta attuazione del programma”. Dopo che Mani Unite aveva effettuato le 21.000 ore di manodopera a cui era obbligata e costruito il grezzo dei due edifici da sette appartamenti ciascuno, Alisei, che aveva l’appalto e la direzione dei lavori e avrebbe dovuto terminare l’opera utilizzando il finanziamento concesso agli autocostruttori da Banca Etica, si dilegua, con tutti i soldi, e successivamente fallisce, lasciando a Mani Unite un debito verso la banca che ben presto, con gli interessi, sale ad oltre un milione e 300 mila euro. Il Comune, che nulla aveva vigilato sulle molte inadempienze e scorrettezze verificatesi, anche col proprio contributo, nell’arco di quattro anni, impone a Mani Unite l’impossibile impresa di terminare i lavori entro il 16 luglio 2012. Dopodiché revoca la concessione del terreno alla cooperativa, espropriandola così anche degli edifici grezzi, nel frattempo andati in malora.

 

I FATTI PENALMENTE RILEVANTI

Impossibile riassumere adeguatamente un esposto di 22.641 caratteri, spazi esclusi, densissimo di contenuti. In estrema sintesi, i fatti più clamorosi, su ciascuno dei quali ho chiesto che sia valutata l’eventuale sussistenza dell’abuso d’ufficio e/o falsità ideologica e/o falsità materiale e/o truffa aggravata o di altri reati, senza escludere la compartecipazione criminosa, sono i seguenti.

  1. Il 6 aprile 2006, il Comune rilascia abusivamente il permesso a costruire sul proprio terreno di Filetto ad Alisei srl (altra cosa dall’associazione Alisei ong), attestandone falsamente il possesso del “necessario titolo”: titolo che spettava in quel momento solo al Comune in quanto proprietario del terreno, e quattro mesi dopo sarebbe spettato a Mani Unite, che aveva ricevuto dal Comune la concessione del diritto di superficie per 99 anni. Spetta così ad Alisei srl anche la nomina il direttore dei lavori, che avviene nella persona del suo stesso legale rappresentante. Mani Unite è obbligata ad appaltarle i lavori.
  2. Nella convenzione per la concessione del diritto di superficie a Mani Unite, rogitata da un notaio il 26 settembre 2006, è scritto: “Il Comune di Ravenna garantisce che il terreno oggetto della Convenzione è di sua piena ed esclusiva proprietà ed è libero da pesi, vincoli, ipoteche e di quant’altro ne possa limitare il possesso ed il godimento del diritto di superficie: è falso, perché quel terreno era gravato del permesso a costruire che il Comune stesso aveva rilasciato ad Alisei srl il 6 aprile dello stesso anno.
  3. Scaduto il permesso a costruire dopo tre anni, il cantiere continua ad operare abusivamente per alcuni mesi, fino a che Alisei srl presenta una DIA (Dichiarazione di Inizio Attività), idonea a consentirle di riprendere i lavori, allungandone il termine di ulteriori tre anni. Il Comune dichiara “l’ammissibilità dell’intervento”, in realtà inesistente, perché Alisei srl continua a non aver alcun titolo a costruire in casa d’altri, cioè sul terreno in possesso di Mani Unite. Siamo arrivati al 16 luglio 2009.
  4. Poco dopo, esattamente il 26 novembre, improvvisamente il presidente di Mani Unite, Stefano Bentini, chiede che sia girato alla cooperativa il permesso a costruire del 2006. Il Comune, rilasciando l’atto di volturazione, attesta falsamente che Alisei srl era il “vecchio proprietario”, per cui Mani Unite sarebbe stato l’avente diritto “nuovo”, mentre lo era dall’inizio dei lavori. La “volturazione” è dunque una barzelletta giuridica, ma Bentini dichiara che la sua firma è falsa e che la cooperativa non è mai stata a conoscenza dello scritto. La persona che ha firmato la ricevuta della “volturazione” è la stessa che aveva ritirato, per Alisei srl, il primo permesso a costruire del 2006.
  5. Alisei, società di capitali con nulle e non richieste referenze, è stata messa, in pratica, a sostituire (andando anche molto oltre), quasi fosse la stessa cosa, Alisei onlus negli impegni assunti col Comune, nel Protocollo d’intesa, da questa associazione verso gli autocostruttori. Tale il Comune l’ha considerata e tale è apparsa agli autocostruttori, avendo lo stesso nome, la stessa sede (in cui Mani Unite fu gentilmente ospitata), lo stesso presidente, ecc. ecc. Dandole il permesso a costruire sul terreno di Mani Unite, consentendole così di nominarsi alla direzione dei lavori, è come se il Comune avesse dato le chiavi dell’ovile al lupo, che infatti, non appena cibatosi della carne e del sangue degli autocostruttori, lo avrebbe abbandonato alla devastazione. L’esposto argomenta diffusamente la necessità di indagare se ciò non sia avvenuto con artificio o raggiro.

Alisei ong fu scelta dal Comune di Ravenna per curare i progetti di autocostruzione in quanto “riconosciuta idonea dal Ministero degli Affari Esteri italiano, dalla Commissione Europea e dalle Organizzazioni delle Nazioni Unite e sue Agenzie”. In data 3 giugno 2014, la Direzione Generale per la Cooperazione e lo Sviluppo del Ministero degli Esteri ha disposto “la revoca del riconoscimento di idoneità nei confronti della Ong Alisei”. Sarà interessante conoscerne le motivazioni, non ancora pubblicate.

 

IL DANNO ECONOMICO PER IL COMUNE

Il Comune, revocando la concessione del terreno a Mani Unite, ha dovuto  riconoscere agli autocostruttori una parte del valore degli edifici grezzi, quantificata in circa 780.000 euro, che ha peraltro versato non a loro, ma alla Banca Etica in conto del loro debito. La somma, assolutamente imprevista, ha rappresentato un salasso notevole, in tempi di gravi ristrettezze, al bilancio comunale, in particolare per la parte destinata agli investimenti. Si pensi allo stato disastroso delle strade comunali per carenza o assenza di manutenzione. Il completamento degli edifici costerà, secondo una prima previsione del Comune stesso, 1.185.000 euro. I lavori, non essendo inseriti nel magrissimo bilancio degli investimenti per il triennio 2014-2016, saranno destinati a data imprecisabile, cosicché, nel frattempo, l’ammaloramento degli edifici proseguirà inesorabile, aumentando i costi e il danno. L’esposto sottolinea che la vicenda  può interessare la Procura regionale della Corte dei Conti.

 

COMMENTO

Ovviamente, a mio parere, questi nuovi fatti dimostrano che la responsabilità della mancata costruzione degli alloggi  è di tutti fuorché degli autocostruttori, deprivati dal Comune del permesso di costruzione e della direzione dei lavori; demoliscono la revoca del diritto di superficie deliberata dal Comune a danno degli autocostruttori; rivelano essere assurdo che il Comune, parte notevole delle vere responsabilità, abbia chiesto di addebitare agli autocostruttori tre milioni per la rifusione dei danni vantati.