
Pubblichiamo la nota del capogruppo Alvaro Ancisi, con documentazione allegata sulle partecipazioni alle società di capitali
Come rapinare i passanti per fame e tenere in banca 384 milioni in azioni. Questo è il senso dei 20-25 milioni di euro che sindaco, assessori e dirigenza comunale hanno annunciato, piangendo, di dover succhiare nel 2012 dalle tasche dei proprietari degli immobili accatastati nel comune di Ravenna: che sono 100 mila, di cui 45 mila prime case, comprese quelle dei pensionati al minimo che possiedono una soffitta. Neppure una parola, infatti, sul mettere mano al proprio portafoglio titoli, che vanta partecipazioni in 25 società di capitali, come se il Comune di Ravenna fosse una società finanziaria del più bieco regime capitalista.
Di Ravenna Holding spa, che tiene in cassaforte i patrimoni di Ravenna, Faenza e Russi per un valore di 460 milioni di euro (stimato dalla società stessa), il sindaco di Ravenna detiene l’84% delle azioni, per un valore, dunque, di 384 milioni. Alla greppia di tanto bendidìo si sfamano un centinaio di politici amici del sindaco e del suo partito, nominati “amministratori” o “manager” (si fa per dire) di marche e sottomarche societarie. Il Comune si è spogliato di quasi tutti i suoi servizi, trasferendoli a queste società e mettendo così al riparo da ogni controllo e perfino conoscenza del consiglio comunale ogni possibile business, dalle assunzioni di legioni di dirigenti e dipendenti (si vantano che in Comune ne sono rimasti rispettivamente “solo” 25 e 1220) agli incarichi professionali e consulenze (che dicono di avere tagliato in Comune), dagli appalti alle forniture, ecc.
Il 18 agosto scorso, il sen. Vidmer Mercatali, che se ne intende, ha dichiarato, riguardo ai costi della politica, che una “trave è rappresentata da…troppe società legate a Comuni…”. Dessero retta almeno lui che a Ravenna le ha costruite. Dicono che queste società rendono molto alle casse del Comune per dividendi e interessi. Eppure, l’utile medio di questo patrimonio da 384 milioni è stato tra il 2005 e il 2010 appena dell’1,45% (certificato da Ravenna Holding), meno dei bund tedeschi, fortemente meno dei BTP italiani, che ognuno di noi può comprare in qualsiasi bancarella (vezzeggiativo di banca). I privati che vendono gas o acqua o medicinali o servizi funebri, o gestiscono banchine portuali, o hanno in appalto per conto di altri Comuni la gestione degli acquedotti o dei rifiuti o dei cimiteri o delle manutenzioni del verde o delle disinfestazioni, oppure riscuotono tasse, tariffe e multe comunali, guadagnano molto di più.
87 MILIONI DI AZIONI DI HERA
E non solo sindaco & c. non ci pensano neanche a consumare un po’ di grasso, visto che il piatto piange, ma addirittura fanno nuovi acquisti e ne preannunciano altri. A fine anno 2011, portando in Ravenna Holding il Comune di Cervia, la società si è messa in cassaforte 3 milioni e 155 mila di azioni di Hera di quel Comune a 1,347 euro ciascuna e ne ha comprate sull’unghia dal Comune stesso 1 milione e 300 mila a 1,318: in qualsiasi bancarella si compravano sul mercato a poco più di un euro. Forse ne avevano poche? Ora Ravenna Holding ne possiede 87 milioni, che valgono circa 95 milioni euro. Tutte necessarie per gestire acqua, gas e rifiuti dei tre Comuni? Nemmeno una, visto che paghiamo tutto noi con le tariffe. Tutte vincolate dal patto (sceleris) con gli altri Comuni coprietari di Hera? Neanche questo, perché circa 20 milioni di azioni, per un valore odierno di circa 22 milioni di euro, sono vendibili liberamente. Basterebbe vendere queste per coprire l’interna manovra finanziaria del 2012. Una riflessione: per far tornare i conti, Cervia vende parte delle sue azioni di Hera, Ravenna invece ne compra. E ci strappa il cuore, imprecando contro il governo cattivo (oggi un po’ meno di Berlusconi).
COME RIMETTERE A NUOVO RAVENNA SENZA SACRIFICI
A parte la necessità attuale, l’obiettivo strategico è quello sempre invocato da Lista per Ravenna. Il Comune deve innanzitutto sfoltire, anche accorpandole, gran parte delle sue 25 società e cederne buona parte delle partecipazioni, anche scendendo sotto il 50 per cento, mantenendo la quota necessaria per conservare e valorizzare il proprio ruolo di indirizzo e di controllo su tutti i servizi pubblici comunali, garantendone la qualità, la socialità e le tariffe, senza fare l’imprenditore, che non è la sua vocazione. Devono cessare i monopoli e gli oligopoli, a vantaggio di tariffe più basse e di un servizio di maggiore qualità. Si potrebbero incassare anche più di 200 milioni di euro, con cui rimettere a nuovo Ravenna, senza sacrificare alcun servizio, anzi.
È vero che non è un buon momento per vendere dei beni sul mercato. Ma il governo ha deciso di stanziare fondi per premiare i Comuni che cominciano a smobilizzare le partecipazioni societarie. Ravenna si faccia avanti. Il governo stesso sta approntando un sistema, che potrebbe coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti, in grado di ricavare soldi non vendendo, bensì cartolarizzando gli asset pubblici, partecipazioni societarie comprese. Ravenna risponderà sempre niet, tanto i soldi li va a prendere dalle tasche dei cittadini con un po’ di lacrime?
In allegato: il grafico delle 25 società di capitali partecipate dal Comune con le rispettive quote in suo possesso