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» Ravenna - 04/09/2010

MAMMA MIA! La rubrica sui bambini di Silvia Manzani (25)

Uan visita dal pediatra può essere trasformata in un allegro luna park. Ma solo previa formazione

Un libro fondamentale prima di portare i pargoli dal pediatra
Un libro fondamentale prima di portare i pargoli dal pediatra

L’ultima visita di controllo dalla pediatra, sei mesi fa, è stata uno strazio. Con urla e pianti la fanciulla si è ribellata a tutti gli strumenti del mestiere della dottoressa. Memore di quella mezzora scarsa a prova di nervi, ieri ho giocato d’anticipo, complici anche i due anni che la pargola ha appena compiuto (qualche mese fa, a questa età, fa eccome la differenza). L’appuntamento era fissato per il pomeriggio. La formazione è iniziata alle otto di mattina. Appena ha aperto gli occhi, sono arrivata sorridente da lei con un libricino del suo repertorio che, però, forse aveva dimenticato di possedere, perso com’era tra una montagna di giocattoli. Il protagonista, un annetto, fa, era uno dei suoi personaggi preferiti: Edu, un bimbetto spagnolo (il libro è stato comprato a Madrid), che per pura assonanza assomiglia tanto a Edo, suo compagno d’asilo nonché fidanzatino.

In quel volumetto in cartoncino Edu va dal pediatra. Si fa pesare, misurare, controllare battito cardiaco, polmoni e orecchie. Nell’ultima pagina versa anche qualche lacrimuccia perché il dottore gli fa una puntura. La fanciulla ha seguito il mio racconto con attenzione, ancora con la faccia stropicciata e prima di scendere dal letto. Mi ha chiesto un paio di volte “tara” (leggi: ancora) e io con grande zelo le ho ripetuto la favoletta. Con grande diplomazia abbiamo raggiunto pure un accordo: l’iniezione che provoca tanta bua al braccio di Edu le sarebbe stata risparmiata. E lei mi ha creduto.

Il corso di preparazione è proseguito fine alle quattro, sempre accompagnato dal collegamento tra il suo destino e ciò che succede al niňo e, per addolcire ancora meglio la pillola, dalla promessa che dopo la visita saremmo andate al mare. Fino a che le quattro e mezza sono arrivate. Lei è entrata nell’ambulatorio con un sorriso da orecchio a orecchio, quasi non ci fosse mai stata prima. “Mamma, come si chiama?”, mi ha domandato indicando la pediatra. Sul lettino si è fatta solleticare allegramente, dalla bilancia mi ha lanciato sorrisi compiaciuti. All’invito della dottoressa a fare una passeggiatina (giusto per controllare la postura) ha risposto senza battere ciglio, seguendo addirittura il percorso segnato dal tappetino. Stetoscopio e otoscopio hanno scatenato in lei grasse risate.

Dopo lo stupore, mi sono rilassata e ne ho approfittato anche per quattro chiacchiere, che l’ultima volta mi erano state giocoforza proibite dalle sue grida disperate. La pargola, nel frattempo, deve avere pensato che l’ambulatorio fosse un luna park. Ha afferrato il metro e si è messa a giocare, avvolgendolo intorno a testa e gambe. Ha iniziato a cantare e ballare. Poi si è fatta rivestire senza opporsi. Ha restituito il metro alla pediatra. L’ha salutata tutta tranquilla. Quando ho aperto la porta per uscire, mi è quasi dispiaciuto. Ma è dispiaciuto soprattutto alla piccola paziente: “Mamma, tara”. Peccato che la prossima visita sia solo tra un anno.

P.S. Un caldo ringraziamento al pequeňo Edu.