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Aquae Condunt Urbes

Atlante storico topografico di Ravenna

PREFAZIONE

di Donatino Domini *

Gli studi riguardanti la cartografia di Ravenna si sono in questi ultimi decenni enormemente intensificati. Sebbene si tratti di ricerche e studi non sempre tra loro omogenei, sia per i differenti percorsi
storiografici seguiti dagli studiosi, sia per le differenti metodologie che gli stessi mettono in campo nell'utilizzazione critica e filologica delle fonti documentarie, ciò che accomuna tutti gli studi finora prodotti
nel campo della storia cartografica ravennate è la consapevolezza che il testo cartografico è d'incalcolabile aiuto per delineare e comprendere lo sviluppo sincronico e diacronico della città e del suo
paesaggio.
Il lavoro minuto, a volte apparso anche eccessivamente pedante, di chi per decenni si è impegnato, con reale intelligenza storica, in campi, fino allora inesplorati o male esplorati, della ricerca e
della ricostruzione cartografica, ha senz'altro prodotto risultati dagli ampi orizzonti storiografici, dal momento che alla lettura e all'interpretazione dei documenti cartografici quasi sempre si sono accompagnate
valutazioni e ricostruzioni di storia politica, economica, sociale che hanno permesso di ripercorrere le tappe fondamentali della storia della città.
Il testo che documenta la morfologia del sito, la struttura urbana, il paesaggio e l'architettura della città è, pertanto, entrato nella pratica quotidiana del lavoro storico, è divenuto uno strumento
scientifico ed ha molto contribuito ad allargare lo stato delle nostre conoscenze.
Lo studio delle piante e delle carte che riproducono l'assetto urbano di Ravenna a partire dal XV secolo ha sicuramente trovato nell'opera scientifica di Lucio Gambi il filo conduttore che permette,
anche ad un livello puramente divulgativo, di seguire, oggi, passo dopo passo, l'evolversi di un processo urbano che configura e compone geograficamente i siti entro i quali gli uomini e le donne di Ravenna
hanno vissuto ed operato nel corso dei secoli.
Il lavoro scientifico di Lucio Gambi, fondato su ricerche particolarissime, minute, di fondamentale riferimento per qualsiasi altro lavoro storiografico che sulla materia specifica s'intende intraprendere,
sta sicuramente alla base anche del lavoro cartografico condotto in questo volume da Gian Franco Andraghetti. Come fondamentali sono state le ricerche che sulla cartografia antica e moderna di
Ravenna hanno condotto studiosi come Paolo Fabbri e Valentina Manzelli.
Con ambizione conoscitiva e allo stesso tempo divulgativa, Gian Franco Andraghetti, vestendo l'abito del grafico che vuol far parlare il segno, s'insinua in punta di piedi nel filone inaugurato dagli storici
della cartografia ravennate, facendo emergere, secolo dopo secolo, la trama di un disegno e di una realtà urbana armonicamente connessa con la storia politico-sociale della città. Ordinare geograficamente
Ravenna nel filone storico della cartografia, nonostante gli studi esemplari e i filoni di ricerca messi a disposizione dagli studiosi sopra citati, non era facile.
Il risultato a cui Gian Franco Andraghetti giunge è ragguardevole. È quanto emerge dalla lettura del lavoro costruito con una rigorosa e coinvolgente lettura dei documenti d'archivio e delle fonti letterarie
sapientemente utilizzate.
Scoprire che giovani forze si affacciano nel campo degli studi cartografici è motivo anche di grande compiacimento; a maggior ragione quando la ricerca mette in evidenza ed utilizza il patrimonio
cartografico che le nostre istituzioni conservano e mettono quotidianamente a disposizione del mondo degli studi e della divulgazione storica.

* Direttore Biblioteca Classense di Ravenna

 

PREMESSA DELL'AUTORE

Di solito i testi che trattano la storia o l'archeologia della Ravenna antica allegano piante dimostrative della città; questo libro invece propone il contrario, poiché il proposito iniziale della ricerca è
espresso nelle oltre 50 tavole grafiche realizzate, mentre il sommario storico ne rappresenta solo il corredo.
Si tratta di un'indagine scaturita dalla mia attività di grafico e in particolare di cartografo, per cui a forza di disegnare strade e monumenti di Ravenna ho desiderato saperne di più. Inoltre, da alcuni
anni mi sono ritrovato a dover occupare il molto tempo libero a mia disposizione.
Il 2000 è stato infatti per me l'anno della "fine del mondo", poiché un black-out neurologico mi ha impedito di continuare la solita vita e una normale attività lavorativa. Ma, secondo un detto Maya,
bisogna morire per poter risorgere a nuova vita, anche se costa qualche sacrificio.
Il progetto e il l'intento di questo libro - che ha preso forma dopo aver visto le carte storiche manufatte dell'amico Pietro Barberini - consistono nel rappresentare nel modo più attendibile il territorio
e la topografia della città nei vari periodi storici, partendo dal fatto che la cartografia cittadina storica, soprattutto quella relativa ai territori limitrofi, anche se mirabile e per certi aspetti stupefacente,
non risulta quasi mai coerente alla topografia attuale. Passi per i bozzetti del Sei-Settecento, quando gli strumenti non erano certo paragonabili a quelli di cui oggi disponiamo, ma le stesse imprecisioni
persistono nelle pur favolose carte di Gaetano Savini e persino nelle più recenti pubblicazioni specialistiche.
Troviamo così carte stampate a rovescio, porti indicati in siti diversi - come se si potessero spostare fisicamente da un secolo all'altro -, necropoli collocate a centinaia di metri di distanza dalla loro
reale ubicazione, nonché una scarsa leggibilità delle carte allegate ai trattati archeologici.
Per un simile progetto è stato perciò necessario approfondire le mie conoscenze e dedicarmi alla consultazione dei testi storici (per cui è stato importante l'apporto di Alberico Stanghellini, amico e
bibliotecario all'Oriani) e delle mappe conservate alla Classense (reperite grazie all'aiuto di Claudia Foschini), riportando i dati - tutte le evidenze archeologiche scoperte - sulla pianta odierna, secolo
dopo secolo, su un file di oltre trenta livelli, e corredando il risultato con la citazione di fonti letterarie e aneddoti.
Fortunatamente siamo in possesso di una cartografia storica molto dettagliata della città ottocentesca, mentre quella del '700 è un po' meno precisa. Poi, andando indietro nei secoli, l'immagine
della città si fa sempre più sbiadita e fantastica, così che le ricostruzioni storiche non possono andare al di là delle ipotesi dei ricercatori più autorevoli. Siccome non c'è uniformità di vedute fra gli studiosi,
e poiché l'oggetto di studio diventa opinabile in mancanza di dati certi, il problema maggiore che mi si è posto ha riguardato la scelta delle ipotesi, che appaiono più o meno verosimili a seconda delle proprie
intuizioni.
Perciò rendermi conto che il concetto di verità della Storia dipende dall'interpretazione dei dati di cui disponiamo, inizialmente mi ha messo a disagio poiché, non avendo la qualifica di storico, ho dovuto
scegliere e combinare delle ipotesi. Ad esempio, le fonti letterarie riguardanti Ravenna sono copiose, soprattutto quelle relative ai periodi in cui la città è stata al centro dell'attenzione internazionale,
ma non si può dire che siano soddisfacenti, anzi spesso contrastano fra loro. Così anche i dati archeologici, quando sono sporadici e apparentemente fuori contesto come è accaduto in qualche caso, possono
fuorviare le analisi anziché servire a fare chiarezza.
Nel corso della mia attività ho composto e impaginato molti libri di autori diversi e ogni volta lo stile grafico doveva per forza essere costretto dai testi già pronti e immutabili. In questo caso, per la
prima volta, ho potuto decidere liberamente, cambiando posizione ai periodi ed evitando con cura tutto ciò che sembrava superfluo, in funzione della dislocazione della carte topografiche. Riguardo le note,
ad esempio, mi è sempre parso antipatico sciorinare lunghi elenchi di citazioni dei testi, per non parlare delle sfilze di idem o ibidum, con il risultato di limitare l'esposizione grafica.
Per questo motivo ho preferito riferirmi alla bibliografia di base - i veri autori della storia di Ravenna, che invito a leggere - evidenziando le opere risultate più utili allo scopo. In particolare ho utilizzato
le enciclopedie esistenti - la Storia di Ravenna e la Storia illustrata di Ravenna (in 5 e 4 volumi) - e soprattutto i lavori di Giovanna Bermond Montanari (per le civiltà preromane), Paolo Fabbri (per la
geografia, oltre all'indagine de Le mura nella storia urbana di Ravenna), Giancarlo Susini, Giuseppe Bovini e altri eruditi locali. Testi autorevoli, ma in qualche caso aggiornati agli anni '80-'90 del secolo
scorso e dunque precedenti alle fondamentali scoperte degli ultimi vent'anni, che hanno aggiornato la conoscenza e ridefinito la cronologia della storia di Ravenna e Classe.
Perciò è risultata fondamentale, riguardo soprattutto l'età romana, l'opera di Valentina Manzelli (Ravenna, collana "Città romane", Erma di Bretschneider), esemplare nella sua completezza e purtroppo
quasi introvabile. Si tratta di un catalogo dettagliato delle evidenze archeologiche, che restituisce un significato alle quote di giacitura dei reperti, elencati uno a uno sulla base topografica contemporanea,
e il cui unico limite, a mio avviso, sta proprio nella mancanza di una cartografia accattivante, ragione che mi ha convinto a continuare la mia ricerca che, alla luce di questo testo, poteva anche risultare
inutile.
Quello che mi sono proposto di fare è tracciare le mappe antiche più o meno con lo stesso stile che utilizzo per realizzare le piante moderne, integrandole con una storia riassuntiva di Ravenna allo
scopo di ricavarne, grazie anche all'indice analitico, una sorta di atlante storico-topografico della città.
Le uniche cose che mi sono permesso di inserire (la farina del mio sacco) riguardano aspetti topografici per me evidenti e che, dopo vere e proprie lacerazioni interiori, non ho potuto fare a meno di mettere
in risalto, mantenendo tuttavia la massima discrezione possibile.
Inizialmente, preso dall'entusiasmo e trascinato dalla mancanza di un metodo acquisito, mi sono quasi smarrito per avere messo troppa carne al fuoco, finché non mi sono imbattuto nei saggi consigli,
vecchi di duemila anni, di Dionigi di Alicarnasso: "Uno storico deve innanzitutto scegliere un soggetto attraente che interessi i lettori; secondariamente deve sapere dove iniziare e dove finire; in terzo
luogo, deve sapere cosa includere e cosa tralasciare; quindi deve aver cura di ordinare la sua narrazione in modo corretto; infine, deve essere imparziale." Questi suggerimenti mi sono serviti per modellare
tutto il lavoro. Avevo infatti iniziato riempiendo pagine di relazioni di scavo pertinenti ad ogni argomento trattato, quando autorevoli personaggi ne avevano già desunto ogni dato significativo. Perciò ho
ritenuto sufficiente riportare le loro conclusioni, evitando eccessive specificazioni che il lettore non specializzato ma appassionato alla storia della città, avrebbe potuto trovare pedanti.
"... Infine, deve essere imparziale". Facile a dirsi, ma un'accusa di parzialità può nascondersi dietro ogni ragionamento. Ad esempio, ho apprezzato i testi di Umberto Majoli fino a quando mi sono
imbattuto nelle sue invettive contro le intitolazioni della via dei Partigiani o di piazza del Popolo. Capisco che in questo caso si tratti di una preferenza politica, che non dovrebbe inficiare il rigore deontologico
dello storico, ma ne siamo sicuri?
È difficile nascondere le proprie idee e le proprie simpatie verso l'una o l'altra parte, popoli, politica, religione; figuriamoci poi se si tratta del proprio campanile. Però è bastato leggere una frase di
Simone Weil per disintegrare l'orgoglio infantile di quando a scuola ci si imbatteva nella gloriosa Ravenna Capitale dell'Impero Romano d'Occidente. La Weil afferma che "i Romani hanno conquistato
il mondo con la serietà, la disciplina, l'organizzazione, la continuità delle idee e del metodo; con la convinzione di essere una razza superiore e nata per comandare; con l'impiego meditato, calcolato della
più spietata crudeltà, della fredda perfidia, della propaganda più ipocrita (...) con una manipolazione così abile della menzogna più grossolana da ingannare persino la posterità e da continuare ad ingannarci."
Il commento della Weil getta un'ombra obliqua sul mondo di cui Ravenna è stata capitale e apre una prospettiva che può ridimensionare l'orgoglio dei posteri. Tuttavia, accanto al giudizio morale sulla
Storia, mi è possibile entusiasmarmi scoprendo che sotto il campetto da calcio frequentato da bambino restano ancora sepolte le fondamenta di un grandioso Palazzo imperiale, o per il fatto di aver vissuto
a mia insaputa, per anni, in un luogo in cui prima si fabbricavano daghe e scudi e poi monete d'oro con l'effige degli imperatori, proprio in faccia alla via porticata frequentata dai signori bizantini, e che
più tardi sarebbe diventato sede del cinquecentesco Seminario vecchio.
Infine, ho fatto il possibile riguardo l'attendibilità delle mappe: le tavole sono state più volte fatte, disfatte e rifatte per questa ragione, tenendo conto di ogni sentiero scovato per caso o di qualsiasi
fosso che potrebbe essere rimasto a memoria degli antichi percorsi d'acqua. Potrei però aver dato credito ad ipotesi un po' avventate e qualche inevitabile errore o omissione forse mi sarà perdonato.
Non si deve però dimenticare che, riguardo l'età romana in particolare, i dati in nostro possesso non sono convincenti e definitivi e che ogni ulteriore scoperta potrebbe rivoluzionare tutte le ipotesi fin
qui adottate e stravolgere le più sincere convinzioni. Anzi, francamente non vedo l'ora che ciò avvenga.

 
Ravenna, Cesarea e Classe, prima età imperiale
Ravenna, Cesarea e Classe, prima età imperiale